aggiornato il 23/05/2012

Famiglia italiana

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Questa settimana il prezzo dei carburanti è diminuito. La media nazionale registrata è per la benzina € 1,811, per la benzina senza piombo € 1,917, per il diesel € 1,695, per il diesel senza piombo € 1,784, per il gpl € 0,833 e per il metano € 0,967.

Turismo, un bollino qualità

Turismo, un bollino qualità


Tempo fa mi è capitato di leggere uno speciale del quotidiano britannico The Guardian sull’Italia. Molto leggero e ironico, tra i numerosi deliziosi quadretti di vita nel nostro Paese si permetteva qualche piccola stoccata nei confronti dei nostri vizi più radicati. Il giornalista inglese dimostrava di amare e di conoscere approfonditamente il nostro Paese. Uno dei motivi di amichevole critica che mi è parso più pertinente è il seguente, che tento di riassumere in poche battute: “gli italiani hanno vissuto per millenni immersi nella bellezza. Questo ha sviluppato in loro, parallelamente al gusto, anche una certa assuefazione, una certa consuetudine di impermeabilità al bello”. Anche il più fragrante e inebriante fiore, se tenuto sotto le nostre narici per troppo tempo, smette di profumare. Avendo da sempre vissuto immersi nel tiepido liquido della bellezza, i nostri occhi sono così saturi di grazia da esserne accecati. Percepiamo il nostro patrimonio culturale e paesaggistico come eterno, separato dalla storia, come se non fosse possibile intaccarlo o modificarlo. Siamo a tal punto assuefatti da non renderci conto del cambiamento, della lenta erosione a cui abbiamo abbandonato le nostre città. Confidando nell’eternità universalmente riconosciuta della bellezza che ci circonda, pensiamo, insomma, di poter riposare su comodi allori. Ma non è così. O almeno non sarà così per sempre. Lentamente e inesorabilmente i nostri centri storici stanno subendo una trasformazione. In peggio, ovviamente.

Con un titanico sforzo di estraniamento immaginiamoci turisti e costringiamoci a far caso a cose che abitualmente sfuggono alla nostra percezione. Non voglio parlare delle montagne di automobili che infestano pittoreschi vicoli, stritolandoli in una selva di lamiere: questo fenomeno è sotto gli occhi di tutti. Più strisciante, silenziosa, meno visibile al cittadino che abitualmente frequenta la propria città, e dunque massimamente pericolosa, è la metamorfosi della vendita al dettaglio. Tre negozi su cinque vendono souvenir o falsi prodotti tipici gastronomici. Bottigliette a forma di penisola italiana contenenti improbabili limoncelli o olio extravergine d’oliva probabilmente travasato dal discount. Interi scaffali incurvati dal peso di decine e decine di ampolle di presunto aceto balsamico. Pacchi di pasta tricolore e falliforme (per l’insospettabile divertimento dei padri di famiglia di fronte alle mogli). L’altro lato del negozio ospita centinaia, migliaia di oggettini di infima fattura: gondolette, duomi di Firenze, centurioni, torri di Pisa, calamite da frigorifero con la faccia del Papa, obelischetti, fontanelle, magliette di colori mai visti e con nomi di calciatori ormai in disuso. L’elenco potrebbe continuare, quello sì davvero, in eterno. La tracotanza senza freni di chi gestisce questi esercizi commerciali non lascia scampo: ogni giorno mezzo metro quadrato in più di marciapiede è invaso da colonnine, stand, espositori, vetrinette, insegne e insegnette al neon. La staticità del nostro modo di essere e l’assoluta impermeabilità alla bellezza si eternizzano nella plastica e nella fattura di terza mano di questi raccapriccianti gingilli, riproduzione quasi beffarda dell’unica cosa che abbiamo ancora da offrire: un’eredità che non abbiamo meritato, fissa, immobile e in piena decadenza. E non va meglio per quei luoghi che chiamiamo ristoranti solo convenzionalmente, per capirci.

Nelle più belle piazze d’Italia vediamo seduti, fin dall’ora che noi riserviamo alla colazione, ignari turisti che assaporano pizze e lasagne surgelate, scongelate in microonde e servite sotto falso nome. “Piatti tipici italiani”, leggiamo sulle orrende lavagnette ad altezza d’uomo poste abusivamente in mezzo alla via. E il fatto che il turista medio ignori cosa stia realmente mangiando non è una scusante. Perché, al contrario degli infingardi truffatori che lo derubano del suo sogno di assaggiare cibi sopraffini, l’uomo straniero non vive in una dimensione senza tempo: egli impara, e in fretta. E arriverà il giorno in cui il sortilegio a buon mercato si spezzerà. Proprio a questo riguardo ci parrebbe un’ottima idea quella di introdurre una sorta di patentino, rilasciato dai singoli Comuni, che attesti l’effettiva qualità e tipicità dei prodotti serviti ai nostri ospiti. Questo parallelamente a controlli di qualità a tappeto da parte della polizia locale. Forse sarebbe addirittura opportuno vietare di servire ai tavoli, almeno nei luoghi di maggiore interesse turistico e monumentale, disgustosi cannelloni precotti e tagliatelle al sapore di metano. Così come sarebbe assolutamente necessario arrestare il pullulare indiscriminato di botteghe e bottegucce di cosiddetti prodotti tipici e souvenir tramite l’introduzione di un tetto massimo - ci auguriamo molto basso - di esercizi commerciali di questo tipo. Ciò che riteniamo assolutamente scontato, quasi dovuto – ovvero la bellezza del nostro paese – non è indistruttibile. Smettiamo di vivere di rendita. La bellezza non basta ereditarla. Deve essere, come tutto il resto, coltivata.

Nicola Tisci


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