Tempo e profitto
Quando chiedo di poter scrivere qualcosa che mi ha colpito, mi viene sempre ricordato che lo devo fare assolutamente in chiave economica. Cioè coglierne quegli aspetti peculiari, economico finanziari che dovrebbero in qualche modo ricondurre un fenomeno, ad un modello matematico od in un grafico pieno di formule. Trovo tutto questo un po’ frustrante anche se credo che se il mondo odierno, va più veloce del passaggio dei 365 giorni canonici di calendario, un perché ci deve pur essere! Cos’è che ha innescato questo processo inarrestabile? Secondo me e secondo la teoria macroeconomica di J.M Keynes, inizialmente l’uomo ha la necessità di soddisfare esclusivamente ed aggiungerei stabilmente quelle necessità o bisogni primari che in economia riguardano appunto lo stadio della sussistenza (il mangiare, il vestire e un luogo dove vivere) e che tutto ciò potrebbe cogliere in inganno i tanti, in quanto i bisogni primari non sono solo tipici dei popoli sottosviluppati ma in genere di qualsiasi individuo che vive oggi sul pianeta, quando entra per la prima volta nel ciclo produttivo. È ovvio che c’è comunque un crescere anche nel soddisfare i bisogni primari in quanto si può migliorare sia sulla qualità del cibo che del vestiario ed anche nel suo genere e numero, così come per il luogo dove vivere. Se prima era un monolocale con servizi esterni ed in comune con altri, può divenire un bilocale con servizi interni etc. Credo che come tutti noi se non ci fosse stata questa spinta nel migliorare la propria qualità della vita, vivremmo ancora nelle caverne o giù di lì, ma……..Possiamo così dire che l’individuo una volta soddisfatte stabilmente tali necessità può destinare parte delle proprie risorse a raggiungere quelli che sempre nella stessa teoria vengono enunciati come bisogni secondari (mezzi propri di trasporto, comodità in generale, uno status sociale più coerente alla propria persona ed ogni cosa che renda più piacevole la vita e quindi una migliore qualità della stessa). Una volta rotto questo equilibrio se di equilibrio si può parlare il genere umano ha accettato di farsi sfruttare non solo nell’accezione propria del termine, ma anche mentalmente e moralmente pur di poter sempre e comunque soddisfare i bisogni secondari e migliorare tra virgolette la qualità della propria esistenza. Da qui il discorso potrebbe prendere molte strade sempre seguendo le varie teorie economiche, ma per rimanere in tema con quello che sarà l’oggetto della presente trattazione, potremo dire che il genere umano si è diviso tra chi passa la propria esistenza a creare bisogni talvolta assolutamente effimeri e chi invece si annulla per poterli avere. Non è assolutamente intuitivo comprendere che muovendosi il capitalismo su questa elemento dirompente che è appunto il creare bisogni di qualsiasi tipo e natura abbia sovvertito la legge della domanda e dell’offerta ma abbia perseguito solo ed esclusivamente il modello del minor costo finale in assoluto, di produzione del bene che tutti noi troviamo esposto nei luoghi di commercializzazione (vedi il fenomeno della globalizzazione).
Perché allora parliamo di Profitto = + Competizione – Tempo per se stessi?
Questi tre elementi interagiscono fra di loro in quanto il capitalismo, cioè l’insieme dei mezzi tecnici e delle risorse finanziarie ed umane che servono per generare e produrre bisogni si alimenta proprio con il profitto e siccome in questa giostra planetaria sono in molti a cercare profitti sempre più elevati, capita che producendo anche le stesse cose più soggetti entrino in competizione tra loro, competizione che in economia viene definita concorrenza. La concorrenza, (leale per distinguerla da quella sleale), sarebbe quell’aspetto dell’economia che in un mondo ideale arrecherebbe vantaggi al genere umano, ma sappiamo che così non è. La competizione ormai non è più un elemento distintivo dei capitalisti ma da questi è discesa come lo spirito divino, proprio sugli individui che entrano nel ciclo produttivo e che pertanto per poter addivenire ad una sempre migliore “qualità di vita” entrano appunto in competizione tra di loro con l’unico risultato di far crescere il profitto dei capitalisti in quanto anche il mercato del lavoro risponde alle regole della domanda e dell’offerta e del suo costo (si richiede sempre di più volendolo pagare sempre di meno). Proprio per questa pazzia collettiva specialmente nei paesi più industrializzati parecchi individui sono stati spazzati via dal ciclo produttivo a causa dalla competizione e proprio per poter ricominciare dal gradino più basso dei bisogni primari quell,i cioè della sussistenza, hanno iniziato una rincorsa contro il tempo per poter risalire su questa giostra. Per esempio nella Silicon Valley, una delle aree tecnologicamente più avanzate e produttive degli Stati Uniti, un esercito di esseri umani ormai senza una loro precipua identità vive in condizioni allucinanti in tendopoli o addirittura su mezzi pubblici in continuo movimento e li cercano di autoriconvertirsi al lavoro o di autoriqualificarsi professionalmente nella speranza di poter essere riassunti. E quando questo avviene a parità di mansione nella stessa azienda sono pagati di meno e non hanno diritto nè all’assistenza sanitaria nè al servizio di mensa, diciamo lavoratori di serie B. Veniamo all’ultimo elemento, facendo una premessa, siamo sicuri che tanto correre per raggiungere una qualità della “vita migliore” sia effettivamente una vita migliore? Avere per esempio più vestiti e non avere il tempo per cambiarsi al mattino, indossando sempre gli stessi? Avere molti soldi e non avere il tempo di spenderli, avere figli e non avere il tempo di goderseli, avere più di una macchina e non avere il tempo per usarle tutte! Avere il piacere di fare qualcosa per se stessi e non averne il tempo, potrei continuare all’infinito!!!!. In Gran Bretagna hanno stabilito che il “Me Time” dal 2005 ad oggi è calato di 8 ore e mezza alla settimana; che oggi per gli uomini è in media di 1 ora e 15 minuti al giorno e per le donne 50 minuti perché si devono occupare anche della famiglia. Che un quinto di chi lavora ha appena 3 ore alla settimana da dedicare a se stessi e tutto questo anche e specialmente per la competizione nella galassia del lavoro e nessuno nella fascia di età tra i 50 ed 60 anni si azzarda a ridurre la propria giornata o settimana lavorativa, per paura di scendere dalla giostra ovvero di essere sorpassato o surclassato da altri pronti a sostituirlo. Che le professioni dove il Me Time si è più ridotto oggi sono quelle che riguardano le risorse umane (medici, infermieri, insegnati, assistenti sociali). Quindi una società sempre più competitiva dove ormai la regola è quella di lavorare più di 60 ore settimanali e se non basta ci si porta il lavoro a casa.
Credo che si possa affermare: “Che vita è questa? Ma nessuno sembra voler scendere dalla giostra!!”
Antonio Buongiorno
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