Tempi duri per le famiglie
Ancora un anno nero per le famiglie italiane. L’ISTAT nei giorni scorsi ha diffuso i dati sul reddito delle famiglie italiane nel 2000: -2,6% rispetto all’anno precedente. Considerando anche l’andamento dei prezzi si registra una flessione del 2,5% del potere d’acquisto.
Nonostante il forte contenimento dei consumi, le famiglie non sono state in grado di mantenere invariata la loro capacità di risparmio: la maggiore flessione del reddito disponibile ha determinato una riduzione della propensione al risparmio, che si è assottigliata nel 2009 di ulteriori 0,7 punti percentuali giungendo all’11,1%, il valore più basso registrato dall’inizio degli anni Novanta.
Un’analisi più dettagliata dei numeri forniti dall’ISTAT permette di comprendere a fondo le ragioni di questo crollo. Il calo del reddito disponibile trae origine dalla contrazione del reddito primario, che si è ridotto nel 2009 del 4,2%, dopo aver fatto registrare un incremento del 2,6% nel 2008. Scomponendo il reddito primario negli elementi che lo costituiscono si riscontra un forte calo dei redditi da capitale netti (-32%), causato dal ridimensionamento degli interessi netti (-46%) e dalla dinamica negativa dei dividendi percepiti dalle famiglie (-30,3%). Il reddito primario è diminuito anche a causa della riduzione dei redditi da lavoro dipendente, che contribuiscono alla sua formazione per oltre il 57%. I redditi derivanti da lavoro autonomo e dalla gestione delle piccole imprese classificate nel settore delle famiglie sono diminuiti nel dello 0,7%, dopo il modesto aumento dello 0,3% registrato nel 2008.
Il 2009 sembra davvero essere stato un anno nero. La contrazione del reddito familiare, insieme a quella del 5% del PIL, ha prodotto anche una significativa contrazione dei consumi. La spesa media mensile per famiglia lo scorso anno è stata pari a 2.442 euro, cifra che segna una flessione dell’1,7% rispetto all’anno precedente.
L’Istituto di statistica sottolinea anche come in realtà la contrazione dei consumi reali lo scorso anno sia stata ancor più consistente. La cifra media della spesa incorpora anche l’aumento dei prezzi, che l’anno scorso è stato in media dello 0,8%. Se poi si considera il valore mediano della spesa mensile, cioè quello al di sotto del quale si colloca la spesa del 50% delle famiglie, si scopre che nel 2009 ha subito una contrazione del 2,9%, collocandosi a 2.020 euro. Non va dimenticato che nel 2009 la flessione del reddito disponibile familiare, quello che resta al netto delle imposte e dei contributi, è stata pari al 2,7% e questo aiuta a spiegare anche un fenomeno evidenziato dagli analisti dell’ISTAT: la contrazione della spesa per consumi è particolarmente evidente fra le famiglie con livelli di spesa medio-alti. Un’austerity ad ampio raggio sociale dettata dalle necessità di una fase difficile per redditi e occupazione, che si è fatta sentire anche sulla dieta. Rispetto al 2008, infatti, la spesa media per generi alimentari e bevande è scesa del 3%, portandosi a 461 euro al mese (nel 2008 era invece salita fino a 475 euro per effetto dell’aumento dei prezzi degli alimentari). L’ISTAT spiega, inoltre, che la quota di famiglie che asserisce di aver ridotto quantità e/o qualità dei prodotti alimentari acquistati rispetto all’anno precedente è pari al 35,6%.
Il pessimo risultato dei saldi estivi, denunciato in questi giorni dai commercianti, è forse un ennesimo preoccupante campanello d’allarme?
Le associazioni dei consumatori
Federconsumatori afferma che la riduzione è molto maggiore per le famiglie a reddito fisso, lavoratori e pensionati e si attesta intorno a -3%. Col risultato di una minor qualità della vita e oltre 20 miliardi di euro in meno spesi, delle risorse, con pesanti ricadute sulle attività produttive. Secondo l’associazione le aspettative per il 2010 non sono buone, con una riduzione stimata del potere di acquisto delle famiglie pari a 886 euro e un PIL con variazioni prossime allo zero.
Il Codancons ritiene i dati registrati dall’ISTAT un segnale grave che dimostra lo stato di disagio economico in cui versano le famiglie. Particolarmente significativo è il dato relativo ai consumi alimentari, con una famiglia su tre che ha ridotto i consumi nel 2009, indice del fatto che la crisi ha indotto le famiglie a risparmiare anche sui beni primari come il cibo. Complice della situazione è per il Codacons lo stato dei prezzi al dettaglio che non sono diminuiti nonostante il calo dei consumi. Nel 2010 la riduzione dei consumi, secondo le stime dell’associazione, sarà ancora maggiore, pari a -2%. L’unica soluzione per evitare una nuova ondata di povertà è, per il Codacons, quella di una riduzione generalizzata dei prezzi del 20%.
Anche per l’Adoc la stima della contrazione dei consumi per il 2010 sarà peggiore di quanto registrato nel 2009, con un crollo che può arrivare anche al -3%. Le famiglie si trovano con l’acqua alla gola e non sono più in grado di sostenere le spese alimentari. È necessario, perciò, l’istituzione di un tavolo di lavoro tra governo e associazioni per discutere sul tema dei prezzi e delle famiglie, che riducono le famiglie alla soglia della sopravvivenza.
Andamento lento per i saldi estivi
I primi bilanci delle vendite di fine stagione non sono affatto esaltanti come si sperava. Certamente c’è stato nelle grandi città il peso di un caldo estivo che ha portato molti a preferire le spiagge alle strade cittadine, ma fra le file dei turisti ai negozi di griffe e l’affollamento di qualche centro commerciale dove però le vendite non hanno fatto certo il boom. Un dato sembra chiaro: i saldi sono partiti in sordina e probabilmente finiranno stabili rispetto allo scorso anno, se non in ulteriore ribasso. Niente miracoli, dunque, per ribaltare il calo dei consumi del 2009 segnalato dall’ISTAT. Le stime parlano di una contrazione delle vendite a saldo compresa tra il 10% e il 15% rispetto allo scorso anno. Solo il 40% delle famiglie, pari a 9 milioni e 600 mila famiglie, approfitterà della stagione dei saldi estivi, con una spesa totale di 1 miliardo e 400 mila euro, in media una spesa di 146 euro a famiglia (58 euro pro capite). La fila per le griffe è composta quasi tutta degli stranieri, abbigliamento e calzature vengono ormai da un lungo periodo di flessione e no si intravede all’orizzonte un cambiamento di rotta.
Mauro Pompili
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