aggiornato il 23/05/2012

Famiglia italiana

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Stop alla caccia alle balene

Stop alla caccia alle balene


Voglio parlare delle balene, mammiferi di grandi dimensioni che purtroppo rischiano l’estinzione per la caccia spietata a cui sono sottopose. L’origine dell’incontro dell’uomo con questo mammifero si perde nella notte dei tempi, pensiamo a Giona salvato dalla balena, fino a giungere allo stesso Pinocchio di Collodi. Ma questo rapporto, come spesso avviene tra l’uomo e gli animali, il più delle volte si trasforma in caccia e la caccia da iniziale fonte di sostentamento è divenuta a vario titolo un’attività industriale. Bisogna infatti risalire al secolo XVI per scoprire che le balene venivano cacciate a scopo industriale nell’oceano Atlantico dalle popolazioni Basche, Olandesi, Inglesi e nordeuropee, cosi come accadde successivamente nel XIX secolo nell’oceano Pacifico soprattutto da parte degli americani. Dalle balene si ricavavano oli e grassi, più o meno pregiati, con i quali si illuminavano le città quando ancora non esisteva elettricità e petrolio, o si fabbricavano profumi. Delle balene  venivano utilizzati i fanoni, una specie di setola che hanno al posto dei denti e che permette loro di filtrare l’acqua del mare e catturare così il plancton di cui si nutrono, e con questo venivano fabbricati i corsetti delle donne.

Senza parlare di quanto la loro carne fosse apprezzata e consumata dalle popolazioni artiche e del nord America per arrivare fino ai giorni nostri in cui il Giappone è divenuto uno dei principali paesi cacciatori e consumatori. Infatti ogni anno questo paese pesca centinaia di balene in nome della ’ricerca scientifica’ in Antartico, in quanto la caccia per scopi commerciali è vietata dal 1986. L’unico vero baluardo a questa carneficina senza fine è stato portato avanti dalle coscienze di gruppi ambientalisti che per primi si sono mobilitati per la salvaguardia di tutte le specie animali in serio pericolo di estinzione da parte dell’uomo. Ed è proprio dall’attività portata dalle associazioni degli ambientalisti e in particolare dalla SEA SHEPARD Conservation Society che si è giunti ai risultati di questi ultimi anni. Quest’esercito di idealisti del pianeta hanno letteralmente combattuto nelle acque dell’Antartico una guerra contro le baleniere giapponesi, fatta di abbordaggi e di scontri fisici, impedendo di fatto a questi ultimi di perpetrare questa mattanza in barba a tutti i divieti e in assoluta tranquillità. Infatti grazie alle loro azioni di disturbo, Tokio ha finalmente annunciato che il programma annuale di caccia a fini scientifici delle balene veniva sospeso per ragioni di sicurezza.

Negli scontri in mare gli attivisti di Sea Shepherd, come dei moderni pirati, hanno letteralmente abbordato navi baleniere utilizzando veloci motoscafi costruiti apposta per portare il maggior scompiglio senza correre il rischio di incidenti, anche se poi di incidenti e di collisioni fra giapponesi e attivisti di Sea Shepherd si è dovuto parlare avendo questi ultimi lamentato la perdita appunto di uno di questi nuovi strumenti di guerra. Ma vediamo quali sono stati i numeri di questo eccidio. La flotta nell’Antartico, composta da un equipaggio di 180 persone su quattro navi, ha lasciato il Giappone lo scorso anno con il proposito di catturare 850 balenottere entro fine marzo; tuttavia, il target raggiunto era di appena 506 unità, a causa anche delle difficoltà riscontrate dalla flotta giapponese per gli scontri diplomatici nati con Australia e Nuova Zelanda. Canberra, in particolare, ha alzato il livello dello scontro con la presentazione della denuncia contro il Giappone al Tribunale dell’Aia per fermare la caccia nell’ Antartico. Diciamo che comunque anche se questi numeri vengono considerati una vittoria rispetto alla popolazione mondiale dei cetacei è sempre e comunque una sconfitta per l’uomo. Nella speranza che il risultato raggiunto da questi gruppi sia la risposta a quanti non riescono a contemplare un’esistenza del pianeta basata su regole ferree che ne garantiscano la sopravvivenza per le generazioni future non solo delle risorse energetiche ma maggiormente di quelle animali, affinchè i nostri figli e i loro figli non debbanoo accontentarsi di vedere queste meravigliose creature e anche tutte le altre che sono a rischio di estinzione solo in fotografia o in qualche documentario.

17 febbraio 2011

Antonio Buongiorno


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