Sincro, che passione
Il nuoto sincronizzato si potrebbe descrivere con queste poche e semplici parole: one-two-three-four-five-six-seven-eight; una cantilena che ti entra nella testa, che scandisce il ritmo della musica e che detta il tempo da rispettare. È uno sport per certi versi simile al nuoto, ma per altri interrompe certamente la “monotonia” di quest’ultimo. La musica, il senso di appartenenza ad una squadra, la compostezza, la femminilità sono caratteristiche fondamentali di questo sport, tanto incantevole da guardare quanto duro ma coinvolgente nel praticarlo. Di aria ne respiri poca, di fatica ne fai tanta e nonostante questo, devi sempre avere un sorriso smagliante, una grazia ed una fluidità nei movimenti che non devono lasciar trasparire minimamente la fatica, la stanchezza e lo sforzo. Il tuo corpo si plasma sulle note della musica classica o sui ritmi tribali o sull’alternanza di musiche contemporanee; si muove sull’acqua come se avesse gli appigli della terra ferma, si attorciglia su sé stesso e sparisce nell’acqua per poi riapparire sollevato solo dalla forza tua e delle tue compagne.
Quello che il nuoto sincronizzato mostra al pubblico è frutto di un retroscena invisibile, una sorta di “dietro le quinte” che si svolge solo sotto l’acqua. Le mani, le braccia, i piedi, le gambe e la mente, lavorano insieme ed ininterrottamente per creare uno spettacolo acquatico elegante, composto, raffinato e rifinito. Su ogni parte del corpo bisogna effettuare una continua attività di “labor lime”, per poter finalmente raggiungere perfezione e sincronia, sia nei movimenti singoli che in quelli di tutta la squadra.
Sabrina Bernabei, allenatrice di nuoto sincronizzato presso il centro sportivo “Villa Flaminia” di Roma, ha risposto a quattro domande che completano questa breve intervista al sincronizzato.
Qual è l’età migliore per iniziare questo sport ed in cosa consistono gli allenamenti?
Consiglio di iniziarlo verso i sette anni, sapendo già fare dorso e stile libero. Col tempo bisogna acquisire la completezza anche negli altri stili del nuoto perché, in un certo senso, sono i movimenti base di questo sport. Ovviamente all’inizio insegno ogni cosa nella maniera più semplice possibile, ad esempio attraverso giochi ed esercizi elementari sott’acqua. Andando avanti con le fasce di età ed iniziando l’agonismo, i lavori in ipossia aumentano perché bisogna abituare l’atleta a lavorare sotto sforzo senza respirare. Questa è la parte più dura del nuoto sincronizzato.
Pro e contro di questo sport.
Il nuoto sincronizzato è una disciplina sportiva praticata da donne, allenata da donne e seguita da donne, e questo può rappresentare sia un punto di forza, sia di “debolezza”. Non di rado l’allenatrice vuole “essere una star” ancor più delle atlete; penso che a prescindere da ciò che si insegna, se matematica, nuoto, pittura o diritto, bisogna lasciare qualcosa a chi hai davanti. Il nuoto sincronizzato è solo una parentesi della vita delle mie ragazze. Più che fare una gara devono imparare a gestire una gara, attraverso le proprie emozioni. Ed ancor più che gestire una gara di nuoto sincronizzato devono imparare a gestire gli esami, il lavoro, la loro vita.
La nazionale italiana sta migliorando di competizione in competizione, come prevedi il futuro di questo sport?
Sicuramente riscuote sempre maggiore attenzione tra il pubblico e la competitività con le altre nazionali è altissima. Sinceramente oggi, come allenatrice, trovo molta più difficoltà nel portare avanti una squadra a livello agonistico. Prima di tutto bisogna allenare le ragazze con dedizione e fatica, però queste vengono ripagate dalle soddisfazione che mi restituiscono sia in gara che in allenamento. In secondo luogo è necessario fare anche un lavoro, continuo e ben più difficile, con le famiglie di alcune di loro. Ogni correzione o rimprovero viene visto come mortificazione nei confronti delle loro figlie. Per poter crescere e migliorare invece, la critica è fondamentale e poi, come in ogni situazione della vita, è normale che ci sia una selezione delle migliori. Sta all’allenatrice far vivere questa “scelta”senza traumi, dicendo la verità per non creare delle illusioni inutili. Dietro però, ci devono essere anche delle famiglie disposte ad incoraggiare le proprie figlie ed al tempo stesso lasciar fare il lavoro di allenatrice a chi lo deve fare.
Come si può descrivere il rapporto tra le ragazze e l’allenatrice?
Bisogna sempre spronarle per avvicinarsi alla perfezione e per incentivarle a fare di più, anche perché l’impegno che questo sport richiede è tanto. A livello amatoriale si allenano tre volte a settimana, ai livelli alti dell’agonismo si arriva a sei volte per quattro ore al giorno. Il tempo e gli sforzi che comportano questo sport sono tanti. Quando vinci una medaglia non pensi ad altro che alla fatica impiegata, ed in quel momento del tutto ripagata, per essere riuscita a salire sul podio. Però, forse, è meglio se lo chiedi direttamente alle ragazze!
Ho seguito il consiglio e l’ho domandato a Diana Brancadoro, atleta di Sabrina e grande appassionata di questo sport.
“ L’allenatrice deve essere determinata e coinvolgente, noi ragazze dobbiamo formare un gruppo affiatato ed unito. Il feeling che vibra tra me e le mie compagne è fondamentale per far sembrare che le nostre gambe e le nostre braccia si muovano grazie ad una sola mente.”
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