Roma a rischio stop
Male che vada andremo a piedi. Riassunto nella capitale che vede da un lato un servizio pubblico fuori controllo e dall’altro una città prossima al blocco.
Con le dimissioni dell’amministratore delegato Maurizio Basile e il debito di oltre 150 milioni di euro, l’Atac ( Agenzia del trasporto autoferrotranviario del Comune di Roma) si appresta a vivere uno dei momenti più bui della sua lunga trazione, con voci di corridoio che ipotizzano addirittura la chiusura.
Non solo terrorismo mediatico, ma una realtà che vacilla dall’impossibilità di stipendiare il personale, mantenere operativa la flotta di superficie fino alla ormai remota opportunità di privatizzazione.
Soluzione l’ultima richiesta a gran voce nell’ultimo decennio, ma ignorata dal campidoglio, certo che con i cambiamenti al vertice il risanamento si sarebbe raggiunto nel giro di una legislatura.
Situazione aggravata poi, dallo scandalo parentopoli, con assunzioni in esubero e necessità di riduzione degli stipendi, il tutto peggiorato da continui scioperi e sigle sindacali in rivolta.
Illusoria anche la possibilità dei rincari dei biglietti, forse necessari ma ingiustificati viste le carenze manageriali.
Se dal vertice le scelte errate risultano palesi, sotto i riflettori anche una scarsa educazione civica dell’intera città di Roma.
Se le continue richieste di potenziamento e puntualità della rete non hanno mai riscontrato un’educazione all’acquisto di biglietti e abbonamenti, lo stallo era di facile previsione.
Diffusa addirittura tra i turisti l’evasione dell’acquisto della corsa, in una città non ancora in grado di capire la potenzialità del servizio pubblico, sia dal punto di vista del risparmio che dal punto di vista ambientale.
Se le altre capitali europee si fronteggiano in migliorie, da noi ci si chiede ancora se sia legittimo costruire corsie preferenziali per non rallentare il traffico.
Necessario allora un reale giro di vite dal semplice invito all’imposizione, con una politica incentrata sulla riduzione delle auto in città sostituite da una vera alternativa pubblica di trasporto, migliorando cosi bilanci e scorrimento.
Come per la sviluppata metropoli londinese, quindi, perché non creare aree a pagamento in città con prezzi proporzionali dalla periferia al centro, con introiti in grado di potenziare la rete di servizi e risanare i debiti, il tutto certamente sostenuto da stipendi manageriali giustificati e non fuori controllo come il servizio pubblico.
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