Ripresa stentata
Questo paese rispecchia la sua non politica e non solo quella ma anche la mancanza di una programmazione economica, che individui obbiettivi da raggiungere, risorse da destinate (monetarie ed umane) e tempi di realizzazione, mancanza di una reale innovazione non solo nelle forme ma anche nei contenuti e nelle tecnologie a cui affidarsi e nella ricerca. E’ il paese che ha fatto del costo del lavoro, il proprio cavallo di battaglia ma se consideriamo il tasso di disoccupazione generale e specialmente quello giovanile, avendo tagliato l’inverosimile saremmo dovuti crescere a percentuali ben diverse dal 1,3 % previsionale Istat. Queste sono in sintesi i dati riportati sull’articolo di Repubblica che sentenziava la lentezza con cui l’Italia sta uscendo con lentezza dalla crisi. La produttività è ancora bassa ed il mercato del lavoro è in seria difficoltà e tutto ciò ha come risultante un calo del potere d’acquisto delle famiglie, che hanno evidenziato una propensione al risparmio molto bassa dal 1990. Non si vede all’orizzonte un qualche segnale che ci faccia ben sperare, se anche il comparto della piccola e media impresa che è sempre stato il motore di questo paese quello che ha sempre investito in tecnologia ed ha esportato tecnologia non vede crescere il proprio fatturato, vuol dire che la situazione è veramente critica. Una ripresa stentata, che ci allontana sempre di più dal resto dell’Europa. Questa condizione è causa di un processo di deterioramento che parte da lontano, dall’istruzione e quindi dalla scuola che dovrebbe orientarsi ormai anche lei sulle esigenze del mondo industriale e così assistiamo ad un mercato del lavoro che penalizza essenzialmente donne e giovani, questo situazione di non aggiornamento.
Il perdurare del fenomeno della stagnazione nella produttività e nei salari ed una crescita delle esportazioni compensata però da un forte aumento delle importazioni (anche di materie prime e non solo di prodotti finiti) questa è la fotografia attuale dell’Italia nel "Rapporto Annuale" dell’Istat. L’articolo continua affermando che "Il sistema Italia appare vulnerabile, e più vulnerabile di qualche anno fa" e se ci sono circa 295.000 imprese che sono riuscite a prosperare persino nel biennio della crisi (tra il 2007 e il 2009), con conseguenze positive su occupazione, redditività e competitività, il ritorno ai valori pre crisi della produzione, appare lontanissimo: l’attività produttiva del settore industriale si colloca su livelli inferiori di oltre il 19% rispetto ai massimi dell’estate 2007 (punto di svolta negativo del ciclo). La stagnazione dell’economia si riflette sul calo del potere dell’acquisto delle famiglie, costrette a erodere i risparmi per mantenere stabile il proprio tenore di vita (la propensione al risparmio nel 2010 si è attestata al 9,1%, il valore più basso dal 1990). Ma c’è chi non avendo più alcun risparmio, si indebita per tirare avanti: e così circa un quarto degli italiani (il 24,7% della popolazione, più o meno 15 milioni) "sperimenta il rischio di povertà o di esclusione sociale". Si tratta di un valore superiore alla media Ue che è del 23,1%. Le difficoltà economiche accentuano le distanze dagli obiettivi Europa 2020 ed in particolare, sotto i profili della spesa per ricerca e sviluppo e dell’istruzione che l’Italia appare lontana. Una debolezza strutturale dell’economia Italiana che in seno all’Europa è cresciuta meno nel decenni 2001-2010. con un tasso medio annuo pari allo 0,2%, contro l’1,1% dell’Uem".
La Cig spesso senza ritorno. Per un mercato del lavoro "più debole", direi quasi inesistente e che presenta "una minore qualità dell’occupazione", e così chi perde il lavoro non ha skill, ne qualità di esperienze che permettano di reinserirsi nel ciclo produttivo come evidenziato dal Rapporto Istat. Nel biennio 2009-2010 gli occupati sono scesi di 532.000 unità: oltre la metà è concentrata nel Mezzogiorno, anche se la flessione riguarda anche il Nord (-228.000). Il danno peggiore si è prodotto nell’industria (404.000 posti di lavoro persi). La Cassa Integrazione (aspetto sottolineato più volte anche dal governo) ha fatto in parte da paracadute, un ruolo che però è ormai in via di esaurimento e che comunque non basta da solo a ricollocare che il lavoro lo ha perso e che avrebbe bisogno anche di una riqualificazione professionale, ma in tempi di crisi, sono costi che le aziende non posso permettersi di sostenere! Due milioni di disoccupati, di scoraggiati e di NEET. Lo "zoccolo duro" della disoccupazione rimane dunque di circa due milioni di disoccupati. Ma sono due milioni anche gli scoraggiati, coloro che cioè nel 2010 non hanno più cercato un lavoro o perché in attesa degli "esiti di passate azioni di ricerca" o più semplicemente perché convinti che non avrebbero trovato nulla. Due milioni sono anche i NEET 1, i giovani che cioè non hanno un impiego, non studiano e non fanno alcun tipo di pratica professionale o apprendistato. Il digital divide delle famiglie italiane. Rimane ancora alto, osserva l’Istat, il digital che divide le famiglie italiane: "La quota di quelle che hanno accesso a Internet da casa è più contenuta rispetto a molti paesi dell’Unione, con un tasso di penetrazione del 59% (media europea del 70%). Inoltre, meno del 50% delle famiglie italiane che possiede un accesso a Internet si connette tramite la banda larga (media europea del 61%). Questi erano in sintesi i punti su cui il Rapporto Istat si basava, su quanto riportato nell’articolo di Repubblica, certo tutto questo non fa ben sperare e deprime anche un po’ chi ne deve parlare, suggerimenti…non saprei.
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