Pil, questo sconosciuto
Sembra una battuta ma in realtà se ci fate caso non lo è, infatti il vero significato di questo acronimo, Prodotto Interno Lordo di un paese, è strettamente correlato al perché io e tutti voi lavoriamo. Questo indice rappresentato da un numero percentuale, esprime il valore di quanto viene prodotto dal nostro lavoro e pertanto disponibile alla collettività, sia in termini di beni e servizi al lordo dei costi sostenuti ed è la fotografia dello stato di salute di un paese (la ricchezza, appunto). Il primo che pensò di poter rappresentare con un algoritmo matematico questa quantità di ricchezza disponibile fu l’economista americano Simon Kuznets (premio Nobel), che nel 1934 ideò questa formula. Sono passati molti anni e questo indice è arrivato fino ad oggi non senza qualche critica e secondo gli esperti inizia a presentare qualche ruga come se si trattasse di una fotografia un po’ ingiallita dal tempo, in cui i lineamenti dei soggetti raffigurati non sono più così ben visibili. Intendo dire che se come dato macroeconomico di partenza per esprimere appunto la ricchezza prodotta e disponibile di un paese, è sicuramente ancora buono, dall’altro oggi non è più sufficiente in quanto, essendo un dato aggregante solo di alcuni elementi (insieme dei beni e servizi prodotti al lordo dei costi) non tiene conto di altre e più importanti variabili quali il rapporto tra la domanda ed offerta reale di questi beni e servizi, l’andamento dei loro prezzi e contestualmente il livello dei salari inteso come potere d’acquisto, anche le modalità di acquisizione così il tempo a disposizione per il loro godimento. Lo stesso Robert Kennedy ebbe ad ammettere che il PIL “misura tutto, ad eccezione di ciò che rende veramente la vita degna di essere vissuta”.
Abbiamo parlato di variabili è di sicuro una fra le più importanti è quella costituita dal tempo in cui questo indice viene preso a riferimento. Ed è ovvio che in una fase di espansione economica (come quella del dopoguerra o degli anni del boom economico) contestualmente ad un’offerta crescente di beni e servizi c’era una equivalente domanda, con salari in crescita, prezzi stabili ed un’inflazione tendenzialmente bassa. Oggi tutto questo è stato stravolto da fenomeni come la crisi energetica, la globalizzazione e non ultima, la crisi economico finanziaria del 2008-9 e se è vero che un paese può disporre di una sua ricchezza non è assolutamente vero che tale ricchezza possa essere alla portata della propria collettività a causa per esempio di bassi salari. In questo ultimo caso il PIL, rappresenterebbe un disponibilità di ricchezza in beni e servizi, solo potenziale. Gli esperti che si trovano in convegno a Napoli presso l’Università Orientale, sono concordi nel ribadire che il PIL non è più sufficiente a rappresentare lo stato di salute di un determinato paese, ma non hanno ancora individuato con cosa integrarlo o sostituirlo. Tornando un po’ a ritroso da uno studio condotto per il governo francese in questi ultimi anni, per misurare il benessere nazionale (inteso sia come performance economica che come qualità di vita) si arrivò alla conclusione che bisognava tener conto di altri parametri come: la salute, il grado d’istruzione, l’ambiente, l’occupazione, il benessere materiale, i rapporti personali e la partecipazione politica ed io aggiungerei, anche il tempo libero!
Diciamo che ancora non è stata creata una vera e valida alternativa, ma è stata comunque riconosciuta l’esigenza di integrare il PIL con qualcos’altro come l’indice adottato dall’ONU, l’ ISU. Questo indice è costituito oltre che dal PIL anche da altri due parametri che sono il livello d’istruzione dei cittadini e la loro salute misurata come aspettativa di vita. Ma anche questo indice soffre troppo della sua natura intrinseca in quanto l’alfabetizzazione specialmente riferita a paesi in via di sviluppo, non appena un paese mostra segni di crescita nell’istruzione, restando invariati gli altri due parametri, lo fa muovere in classifica verso posizioni non troppo coerenti e pertanto falsando la classifica stessa.
Cosa fare? Un po’ tutti i paesi stanno cercando di trovare qualcosa di più coerente con la realtà dei tempi attuali e quello che sto per riportare, rappresenta appunto lo sforzo profuso in questo campo.
Di seguito alcuni indici e la loro descrizione, partendo da quello che tiene conto del consumo di intimo maschile per valutare lo stato economico di un paese. (Non è uno scherzo)
Secondo un articolo pubblicato qualche tempo fa, sul Washington Post a firma di Ylan Q.Muim, l’intimo maschile è un importante indicatore dell’andamento economico di una nazione: essendo un bene di prima necessità, il loro consumo si mantiene sostanzialmente costante nel tempo (gli uomini, a differenza delle donne, acquistano le mutande quando ne hanno effettivamente bisogno e non per vezzo) e quando si è costretti a rinunciare all’acquisto significa che l’economia non sta andando bene. Infatti secondo l’Istituto di ricerca Mintel il calo nella vendita della biancheria è cominciato già alla fine del 2008, proprio quando è iniziata la grande crisi economica. Per le aziende del settore il 2009 si concluderà con un calo del 2,3% e le previsioni per il 2010 indicano un ulteriore contrazione dello 0,5%. In media gli uomini acquistano 3,4 paia di mutande nuove all’anno. Dal 2004 al 2008 la percentuale di coloro che ne acquistano un solo paio per volta è passata dal 5 all’8% e al contempo è diminuita dal 68 al 66% la quota di coloro che ne comprano 4 alla volta. Secondo gli analisti questo sarebbe un chiaro segnale di contrazione dei consumi, poiché significa il rinvio dell’acquisto di beni di prima necessità.
Un altro indice che oggi viene utilizzato è quello del Big Mac.
Quanti minuti di lavoro occorrono per potersi permettere l’acquisto di un Big Mac, di un chilo di riso o di un iPod nano? Lo spiega UBS (Unione Banche Svizzere) nello studio sui prezzi e salari riferiti al 2009 e pubblicato di recente. Gli esperti elvetici hanno comparato il livello medio degli stipendi e dei costi (misurato su un paniere di 122 prodotti e servizi) in 73 città del mondo e hanno poi calcolato quanto lavoro occorre per poter acquistare alcuni beni di largo consumo.
Secondo lo studio svizzero il poco invidiabile primato di città più cara del mondo spetta ad Oslo, seguita a ruota da Copenaghen, Ginevra e Tokio. Roma si colloca al 17° posto e Milano al 30°, appena prima di Toronto. Kuala Lumpur, Manila, Delhi e Mumbai sono invece le città dove la vita è meno cara. Per ciò che riguarda invece i salari, gli stipendi medi più alti spettano ai lavoratori dipendenti di Copenhagen, Zurigo, Ginevra e New York, mentre i più bassi se li aggiudicano Delhi, Manila, Giacarta e Mumbai dove la paga oraria netta è pari a circa 1/15 di quella di uno svizzero.
Tre ore di sudore per un Big Mac. I ricercatori di UBS hanno infine confrontato il potere d’acquisto dei salari nelle diverse città traducendolo in minuti di lavoro necessari ad acquistare un prodotto assolutamente standard come un Big Mac, un chilo di pane, un chilo di riso o un iPod nano da 8 Gb. E così hanno scoperto che mentre un lavoratore di Chicago può acquistare il panino di McDonald’s con 12 minuti di lavoro, a Nairobi ne occorrono ben 158. E nei paesi poveri anche l’acquisto di pane e riso risultano particolarmente onerosi: mentre a Barcellona con 8 minuti di lavoro si può comprare un chilo di riso, a Nairobi ne occorrono 49, mentre a Budapest, stritolata nella morsa della crisi economica europea, ce ne vogliono addirittura 65, mentre occorrono quasi sei mesi per poter acquistare un iPod. Se invece un lavoratore di Mumbai volesse comprare un iPod deve mettersi d’impegno per 177 giornate (praticamente 6 mesi), contro le 9 necessarie a un abitante di New York o di Zurigo.
Lavoro & cibo. Nelle città interessate dallo studio si lavora in media per 1902 ore l’anno: i più stacanovisti risultano essere gli abitanti del Cairo con 2373 ore, mentre i più disimpegnati sono i parigini e i lionesi che si accontentano di lavorare meno di 1600 ore l’anno. E se siete in giro per il mondo sappiate che Tokyo è la città più cara dove poter consumare un pasto al ristorante: con meno di 67 euro non ve la potete cavare, mentre a Milano o Roma ne bastano 38.
In Italia un gruppo di economisti alternativi, dell’associazione “Sbilanciamoci” ha dato vita all’indice “Quars” , indice della qualità regionale dello sviluppo che più del prodotto lordo, tiene conto dei costi ambientali e dei suoi benefici.
In ultimo credo che effettivamente il solo valore delle produzione lorda, non basti come affermava Robert Kennedy a dare un indice su cosa abbiamo realmente bisogno per vivere degnamente ed aggiungerei felicemente la nostra vita!!!!!!!
Antonio Buongiorno
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