Pentathlon, che passione
Il pentathlon nasce nell’ambiente militare per abituare il soldato a fronteggiare in guerra qualsiasi situazione, riuscendo ad eseguire tutte le attività prima elencate. Dal 1912 è diventato sport olimpico, prettamente maschile proprio per le sue origini; solo a partire dalle olimpiadi di Sydney 2000, anche le donne hanno potuto gareggiarvi.
Non è uno sport del quale si sente parlare frequentemente, forse per la lunghezza delle competizioni o per il fatto che non è praticato da molte persone. Fa parte di quegli sport che spesso, nelle competizioni internazionali, non vengono considerati con attenzione. In molti paesi, tra i quali l’Italia, non vi sono fondi e volontà necessari per pubblicizzarlo e diffonderlo soprattutto tra i giovanissimi. È sicuramente un errore perché si toglie loro la possibilità di praticare più discipline contemporaneamente, di avvicinarsi a più “terreni di gioco”, di sperimentare ogni giorno allenamenti diversi, vari, con peculiarità e differenziazioni nelle diverse preparazioni, abituandosi a situazioni, ambienti, obiettivi molteplici.
Sperando di riuscire a promuovere maggiormente questo sport così eterogeneo, intervistiamo Barbara Viscuso, ex giocatrice di pentathlon ed allenatrice di bambini dai cinque fino ai diciassette anni.
Quali sono i requisiti minimi per avvicinarsi a questo sport?
In realtà all’inizio bisogna semplicemente saper nuotare o comunque avere un buon galleggiamento. Si comincia a cinque, sei anni praticando gare solamente di nuoto e di corsa, mentre negli allenamenti si fanno anche giochi di scherma. Bisogna abituare i bambini sin dai primi momenti a praticare più discipline sportive molto differenti tra loro, cosicché, sia fisicamente che mentalmente, possano adattarsi più velocemente ai vari tipi di competizione che dovranno affrontare.
Come si può riuscire ad allenare i ragazzi ed allo stesso tempo far piacere loro cinque discipline diverse?
Il motivo sta proprio nel fatto che si ha la possibilità di cimentarsi in più pratiche sportive. Non ci si annoia mai. Da piccoli ci si allena tre volte a settimana, poi nelle categorie dei più grandi, come in tutti gli sport agonistici, cinque, sei volte. La complessità ed al tempo stesso la bellezza del pentathlon è la capacità di allenarsi e gareggiare facendo in contemporaneità più sport. A volte si arriva anche a fare tre discipline al giorno: esci dall’acqua,ti asciughi velocemente, vai a correre,quindi a sparare presso il poligono di tiro. Faticoso indubbiamente, ma davvero non ci si annoia mai.
Cosa può dare nella vita di tutti i giorni uno sport così vario?
La parola d’ordine è: ecletticità. Si passa dalle discipline tecniche come la scherma ed il tiro a quelle principalmente fisiche come la corsa ed il nuoto. L’imparare a saper gestire una gara composta da cinque discipline sicuramente può aiutarti a gestire in maniera altrettanto organizzata la tua vita. La rettitudine mentale, essenziale per svolgere in maniera corretta questo sport, inevitabilmente si trasforma in rigorosità e responsabilità, anche quando gli allenamenti finiscono o quando si smette di praticarlo.
Come deve essere il rapporto con l’allenatore nelle fasce di età appartenenti ai più piccoli?
Personalmente cerco di trovare un equilibrio tra la severità ed il dialogo, per me sono due cose che non si escludono a vicenda. Soprattutto nei primi anni c’è bisogno che i bambini vengano inquadrati e che ti rispettino. Più i ragazzi crescono e più bello diventa il rapporto tra me e loro. In certe situazioni, per fortuna, non esiste più lo spazio che intercorre tra me come allenatrice ed i miei atleti, siamo uniti come una grande famiglia. Cerco e spero di trasmettere ciò che questo sport mi ha dato e mi continua a dare. Vedo i miei bambini percorrere le tappe attraverso le quali io stessa sono passata e questa, per una allenatrice, è la gioia più bella.
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