Non tutto nuoce
Come tutte le novità che ci colpiscono nella vita, il nostro atteggiamento e le nostre reazioni sono in generale abbastanza scontate, in quanto di fronte al nuovo e specialmente in un campo come quello valutario (passaggio dalla lira all’euro), ci sono e ci saranno sempre gli entusiasti e gli scettici.
Ci sarà sempre chi benedirà il new deal e chi invece, come una novella Cassandra, non lascerà passare giorno, senza lanciare strali e iatture.
Credo che quello che è avvenuto nell’anno 2000, chi lo ha vissuto sulla propria pelle, non potrà di certo dimenticarlo. E’ stato di fatto un cambio epocale ma chi ne ha veramente tratto beneficio?.
Di sicuro gli stati europei che partivano da un’economia forte, da un saldo positivo della propria bilancia dei pagamenti e da un cambio favorevole.
La moneta unica è stato un grande viatico, una specie di amnistia finanziaria per gli stati che avevano un pesante debito pubblico, come l’Italia che negli anni precedenti alla conversione, era passata attraverso tutta una serie di svalutazioni, proprio per cercare di ridurlo, in un mercato di cambi fissi la svalutazione generando inflazione, permetteva comunque di esportare i propri beni e nel mercato interno i beni prodotti erano favoriti rispetto a quelli di importazione. Tutto questo serviva a rendere il saldo della nostra bilancia dei pagamenti (in conto corrente) meno pesante. Le svalutazione della lira erano essenzialmente fatte nei confronti del dollaro che a quei tempi rappresentava la moneta di riferimento negli scambi economici internazionali (ancora oggi per l’acquisto dei carburanti e della tecnologia in genere).
Diciamo che ai tempi della lira, la famiglia italiana viveva ancora abbastanza bene, il costo della vita era comunque proporzionale al livello dei salari, esisteva una middle classe ed esisteva ancora un comparto industriale di una certa rilevanza (acciaierie, petrolchimico, tessile).
Cosa ha portato il passaggio di valuta?
Come ho accennato in precedenza, a quell’appuntamento non tutti siamo arrivati con le stesse credenziali, tedeschi, francesi, italiani ognuno con una situazione economica finanziaria diversa, ognuno con una struttura industriale ben definita ed ognuno con una capacità di improntare il nuovo corso con una propria linea guida.
L’impatto è stato molto invasivo, diciamo che non è stato solo il passaggio alla valuta comune, ma anche l’affrontare temi come la globalizzazione del mercato, la ricerca unita alla tecnologia (l’utilizzo su scala mondiale dei processi di informatizzazione) prima su tutti, internet, realtà e processi che da virtuali divengono reali. Pensare di poter partecipare mediante strategie medianiche, alla realizzazione di nuovi mercati secondo la logica del “Risico”.
Di colpo si poteva viaggiare all’interno del continente europeo non solo con l’immaginazione ma molto praticamente, senza doversi preparare a calcoli di cambio astrusi per sapere se era più conveniente portarsi da casa una bottiglia di acqua minerale o comprarla sul posto!!!!
Praticamente però, il costo in termini economici per le famiglie e per intere classi sociali, è stato devastante, la piccola e media borghesia, costituita in gran parte da impiegati e piccoli professionisti, e negozianti, senza particolari skill è stata spazzata via in quanto le aziende si sono ristrutturate operando esclusivamente sul costo del lavoro e rimpiazzando ove possibile con funzioni informatizzate e tecnologicamente automatizzate. Il commerciante al dettaglio o quello di famiglia per intendersi, non ha retto la concorrenza di una nuova frontiera del commercio, all’ingrosso e specialmente catene di vendita e discount. La conversione dei salari per i dipendenti è stata fatta sulla base della conversione ufficiale lira/euro 1936,27, mentre tutto ciò che riguardava il prezzo dei prodotti finiti e (quindi di tutti i costi di produzione a monte), la conversione ufficiale a volte è stata sostituita da una libera interpretazione, facendo lievitare in breve tutti i generi di consumo.
Cioè ad una rigida conversione ufficiale dei salari non è corrisposta una altrettanto adeguata conversione del prezzo dei beni, in quanto lo Stato, in questa fase cruciale di passaggio, non ha adottato nessun sistema di monitoraggio per evitare l’assalto alla carovana che poi in effetti c’è stato ed ha creato quanto ancora oggi molti di noi stanno vivendo. Inoltre il concetto di libero mercato non veniva ancora interiorizzato dai consumatori, perché era un concetto alquanto astratto lontano dalle reali abitudini di acquisto.
Oggi dopo quasi 10 anni, si può tentare di fare un bilancio ed affermare che se la moneta unica ci ha in un certo senso riparato dalle tempeste valutarie e dalle speculazioni finanziarie ed immobiliari (vedi ultima crisi monetaria), di contro ha accresciuto maggior mente il divario tra ricchi e poveri, parlo per l’Italia. Ha di contro fatto nascere una coscienza più approfondita di cosa voglia dire il mercato, nel senso di libera concorrenza (anche se ancora ci sono settori in cui questa attribuzione è ancora lontana dall’essere come quello bancario, assicurativo e dei combustibili), la gente ha iniziato a guardarsi intorno ad organizzarsi ad utilizzare nuove forme di acquisto (nascita dei discount, spesa comune direttamente dai produttori, cooperative di consumatori), così come la distribuzione stessa dei beni e dei servizi si è organizzata secondo queste nuove formule aggregative per ridurre i costi fissi o massimizzarli. La tecnologia e la possibilità di accedere con il mezzo informatico computer e smart phone a quella risorsa rivoluzionaria che è stata internet, ha permesso che si sviluppassero l’e-commerce ed i magazzini virtuali. Questo processo ha influenzato anche i servizi, oggi è possibile trovare tutto su internet, dall’acquisto di un biglietto aereo o di biglietto di uno spettacolo teatrale a Broadway , all’affitto di un cuoco tibetano per organizzare una cena alternativa.
Questa nuova coscienza ha permesso alla gente di scoprire di avere diritti che possono essere fatti valere anche di fronte alle grandi multinazionali, ma non ha comunque evitato che ci siano persone che con il loro stipendi non siano in grado di arrivare a fine mese. Ed allora chi ha effettivamente ragione in questa disputa iniziata all’indomani stesso dell’adozione dell’euro? In momenti di crisi economica, le Cassandre hanno comunque buon gioco sugli entusiasti, simpatizzanti del ritorno alle monete nazionali se ne trovano ad ogni angolo e paese e questo a dimostrazione che un’unità monetaria non può da sola creare una coscienza di appartenenza ad un qualcosa che non ci fa nascere da una storia comune, in quanto purtroppo non siamo ancora un’unica nazione.
A voi l’ardua sentenza…
Antonio Buongiorno
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