Morire sul lavoro
Si chiamano Antonio, Mario, Muhammed, Nicolae, sono italiani, magrebini, rumeni, muoiono quotidianamente nei cantieri edilizi, nei campi, i dati sono tristemente sconfortanti. Il 2010 è stato l’”annus terribilis” per le morti sul lavoro e il primato in Italia spetta al nord ovest con Lombardia e Veneto in testa seguito dal sud con Campania, Puglia e Sicilia.
Nel 2010 sono morte 1080 persone sul lavoro. Piu’ di tre al giorno, in aumento rispetto al 2009 quando erano stati 1.050 (Fonte Inail).
Secondo l’Osservatorio indipendente di Bologna sulle morti bianche, le categorie piu’ colpite sono l’edilizia e l’agricoltura. Il settore della cantieristica ha superato quest’anno l’agricoltura e ha registrato il 28,4% sul totale (167 morti). Il lavoro agricolo con il 28,1% (165 morti) ha segnato comunque un incremento superiore al 4%. L’industria è al 12,5% (73 morti). Tra le vittime gli stranieri sono stati il 10,1% di cui il 41% romeni. Nella fascia d’età compresa tra i 19 e i 39 anni la percentuale raggiunge il 15% sul totale degli stranieri.
Uno dei settori più rischiosi per incidenti mortali è quello dell’edilizia.
Stefano Fassina, responsabile Economia e Lavoro del Partito Democratico, sostiene che le politiche per la sicurezza non sono tra le priorità del Governo e del Ministro Sacconi, anzi alcune scelte, come l’eliminazione della responsabilità in solido dell’appaltatore con il subappaltatore o la cancellazione dell’obbligo di comunicazione all’Inps prima dell’inizio del lavoro, vanno in direzione opposta alla prevenzione. I dati sconfortanti richiedono l’iniziativa urgente del Parlamento al fine di individuare le aree prioritarie di intervento per ridimensionare un fenomeno sottovalutato e oggetto di una inaccettabile assuefazione politica e mediatica.
Le chiamano morti bianche perché di solito si tratta di morti di lavoratori clandestini, vengono fatte passare per incidenti ma sono a volte veri e propri omicidi. Manca ogni norma di sicurezza, di preparazione, di prevenzione per questi lavoratori, per lo più stranieri che al nero lavorano a giornata nei cantieri edilizi o nei campi nel settore dell’agricoltura, nelle nostre fabbriche come operai di infimo livello perché gli italiani ormai rifiutano questi lavori troppo pesanti.
Sono le vittime del caporalato, di quei padroncini che la mattina all’alba si dirigono con i loro furgoni verso punti di incontro specifici dove li aspettano, ogni giorno senza distinzione di feriali e festivi, molti Antonio, Mario, Nicolae, Dimitri, Muhammed e altri ancora. Aspettano di lavorare senza alcuna protezione o norma di sicurezza per una decina di ore e rientrare la sera con il gruzzolo misero nella tasca.
Come può il lavoratore pretendere prevenzione, sicurezza se l’unico modo per portare lo stipendio a casa è non lamentarsi, chinare la testa e prescindere da questi obblighi di sicurezza? Non dovrebbe lo Stato imporre al datore di lavoro di rispettare tali regole di sicurezza per i suoi dipendenti? Non è previsto dalla Costituzione italiana che l’Italia sia una Repubblica democratica fondata sul lavoro ?
Lavoro nero, traffici illegali di lavoratori clandestini pilotati come marionette dalla mafia nostrana ed internazionale, il quadro è grave ma se ne parla poco, spesso l’operaio che senza protezione cade da un’impalcatura o quello che rimane bruciato in una fabbrica non fa notizia, non fa più notizia. Troppi morti di questo genere, troppe famiglie distrutte.
In altre parole si chiude un occhio o forse tutti e due sullo sfruttamento, sulla cancellazione dei diritti dei lavoratori, sulla consistente evasione fiscale e contributiva. Si calpestano le regole e si incamerano lucrosi profitti illegali. Emblematico è il caso dell’Umbria, terra dove più che in altre regioni è evidente e purulenta la piaga degli infortuni sul lavoro (con un altissimo costo di vite umane) , dove - dicono coloro che tengono questi conti ai quali si presta troppo poca attenzione - è ricorrente e sempre più sospetto il ricorso agli appalti al massimo ribasso, soprattutto per le commesse di un pubblico sempre più anemico di disponibilità economiche. E siamo in Umbria terra che si apre, come una prateria invitante e poco difesa , alla marcia trionfante dei capitali che la malavita organizzata (mafie italiane e mafie straniere) trasloca da queste partita con i mezzi della finanza e dell’impresa apparentemente pulita e invece frequentemente sono mezzi che sanno di droga e di traffico e sfruttamento degli esseri umani, di pizzo riciclato. Cose che fanno notizia, ma non più di tanto.
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