La riforma a un passo dal voto
Dopo il sì del 29 luglio al Senato, tra poche ore la discussa riforma Gelmini passerà al vaglio della Camera dei Deputati, mentre la protesta studentesca non si ferma. A questa si lega la battaglia dei ricercatori dell’università, sul piede di guerra per la riorganizzazione del mondo accademico proposta dal Ministro. Dal punto di vista politico, questa riforma sembra aver ricompattato anche la maggioranza, tanto che Fini nei giorni scorsi l’ha definita come uno dei migliori risultati della legislatura. Ma gli studenti sono nelle piazze e sui monumenti, mentre i ricercatori conquistano i tetti delle facoltà. Il Ministro, dal canto suo, difende la sua riforma sostenendo che sia basata sulla meritocrazia e sulla riduzione degli sprechi, mentre chi la contesta farebbe il gioco dei baroni. Ma, viene da chiedersi, come è possibile che siano proprio i ricercatori, magari precari, a voler difendere i baroni? Per capire meglio è bene analizzare punto per punto cosa propone il ddl per l’università. Sprechi: questa riforma propone di fondere insieme le università più piccole e di ridurre il numero di facoltà per ogni ateneo, che non potranno essere più di dodici, mentre saranno definitivamente eliminati i corsi di laurea con pochi iscritti. Infine si stabilisce che le università che utilizzeranno più del 90% dei fondi statali per le spese fisse (cioè gli stipendi del personale) non potranno bandire concorsi, mentre quelle con i conti in rosso verranno commissariate.
Anche i Rettori non sono risparmiati e proprio per evitate fenomeni di ancoraggio alle poltrone si stabilisce che questi possano stare a capo delle università non più per 16 anni, come è oggi, ma per un massimo di otto, durante i quali il Senato Accademico votando a maggioranza qualificata può perfino sfiduciarli. Per quanto riguarda i professori ordinari invece si accorcia l’età pensionabile da 72 a 70 anni di età (per gli associati 68), questo per favorire il turn-over, e si impone anche un monte ore annue dedicate all’attività formativa ,1500, di cui almeno 350 spese per la didattica. Infine l’attività dei docenti sarà periodicamente monitorata attraverso relazioni triennali sul complesso delle attività didattiche e di ricerca svolte, e nel caso in cui fossero valutate negativamente è previsto il blocco agli scatti stipendiali. Ma gli aspetti più delicati della riforma, sui quali divampa lo scontro, riguardano l’ampliamento delle funzioni dei consigli di amministrazione e le figure dei ricercatori, dei quali viene stravolta completamente la carriera. Attualmente il ruolo dei CdA è simile a quello dei Senati Accademici, ma con la riforma si vogliono diversificare completamente i loro compiti: mentre il Senato Accademico si occuperà esclusivamente della didattica, ai CdA spetterà la gestione economica degli Atenei. Questo è uno dei punti più dibattuti perché viene aumentata dal 10% a 30% la soglia minima dei membri esterni al mondo universitario che potrà entrare a far parte dei Consigli di Amministrazione, e che di fatto avrà molta voce in capitolo in termini di gestione pratica delle università. Questo è l’aspetto contro cui si scagliano gli studenti quando accusano la riforma di privatizzare l’università.
Per quanto riguarda i ricercatori cambia veramente tutto. Attualmente sono le università che bandiscono i concorsi per ricercatore a tempo determinato o indeterminato. Con la riforma i tipi di contratto cui potranno accedere i ricercatori sono di tre anni più altri due anni, oppure di soli tre anni. Alla fine di questi se i ricercatori hanno superato il concorso annuale nazionale per diventare professori associati potranno continuare l’attività accademica, altrimenti no e saranno esclusi definitivamente dal mondo universitario indipendentemente dai risultati raggiunti durante gli anni di ricerca. L’aspetto più delicato della questione riguarda il fatto che la riforma non prevede alcun tipo di sanatoria per gli oltre ventimila ricercatori a tempo determinato attualmente in seno al mondo accademico: una generazione di trenta/trentacinquenni che di fatto vede allontanarsi ogni sogno di stabilità e viene catapultata, dopo anni di lavoro, allo stesso punto in cui si trova chi si è appena affacciato al mondo accademico. Insomma a ben guardare i ricercatori, dall’alto dei tetti su cui si sono asserragliati, non sembrano tanto difendere i privilegi dei baroni dell’università, quanto piuttosto i diritti molto più umili di giovani uomini e donne in un momento delicato della loro vita in cui potrebbero addirittura anche pensare di desiderare dei figli e di costruire la propria famiglia.
29 novembre 2010
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