L’incubo pinocchietto
Uno scopo della grande moda, ammesso che ne abbia qualcuno, potrebbe essere quello di sensibilizzare il grande pubblico al problema del brutto. Non a un livello sublime o filosofico ma a partire dalle strade, teatro del vestire di tutti i giorni. In piazza, e non di certo a una sfilata, possiamo incontrare, ad esempio, l’uomo che indossa i pinocchietti. Se dobbiamo essere orgogliosi del grande stile made in Italy come del nostro patrimonio artistico e paesaggistico, sarebbe saggio allora rivolgere l’attenzione anche alla salvaguardia dei nostri centri storici dall’uomo con i pantaloni alla saltapicchio. Goffo e ridicolo nei movimenti, quest’uomo si aggira per la nostra città come se si trovasse in un’estensione indefinita del habitat casalingo. Qualcuno dirà: troppo cattivi. Ma riflettiamo un attimo: è davvero così innocuo come sembra? Se la bellezza è sinonimo, per il nostro paese, di stile e di prodotti ad esso legati, allora il pinocchietto – come fenomeno di massa – attenta all’immagine dell’Italia quanto un abuso edilizio o uno scempio paesaggistico. Entrare nel tardo pomeriggio in una splendida chiesa barocca e trovarsi letteralmente accerchiati da portatori di pinocchietti, non intacca, non distorce, la percezione stessa della bellezza che ci circonda? La bruttezza dell’abbigliamento dà vita a una dissonanza nella nostra visione, che falsa la piena esperienza di uno spazio e del suo contesto. Perché insorgiamo di fronte a qualcuno che cosparge di pecorino gli spaghetti con le vongole e, al contrario, rimaniamo in silenzio quando dobbiamo farci strada – magari in un prestigioso museo - tra gambe irsute, piedi callosi a stento contenuti in esili infradito ed elastici di mutande tesi al massimo che fuoriescono da pantaloni a pinocchietto a vita bassa e su cui campeggiano le firme dei grandi stilisti - sì, proprio i numi tutelari che dovrebbero proteggerci da un’esperienza così perturbante!
La moda, come tutti gli altri prodotti dell’ingegno umano, dovrebbe educare il nostro gusto, addestrare il nostro occhio a percepire come estraneo e incoerente ogni contrasto. E il pinocchietto, con la sua linea incompiuta, spezzata, mutilata, incarna la quintessenza del contrasto nel luogo che per gli antichi era sinonimo dell’armonia: il corpo umano. Se ascoltare Bach in un aeroporto o in una sala da concerto sono due esperienze qualitativamente estranee, allo stesso modo dobbiamo essere consapevoli del fatto che la contemplazione delle nostre città ha delle regole. Ogni elemento turbativo – pannelli pubblicitari, abusi edilizi, escrementi di animali, uomini con pinocchietto – trasforma il godimento estetico, intaccandolo. Per l’occhio è assai difficile, se non impossibile, unire l’utile al dilettevole. Rassegnamoci: orrendo pantalone a mezzo stinco e ferita al nostro patrimonio paesaggistico vanno di pari passo. E il caldo non ci sembra una giustificazione adeguata, meglio sarebbe il caro vecchio bermuda di stile anglosassone. Contribuire a salvare le apparenze: questo il compito che vorremmo assegnare a chi crea e amministra l’eleganza. Se non come regola, almeno come… tendenza.
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