aggiornato il 22/05/2012

Famiglia italiana

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Intervista ai Quintorigo

Intervista ai Quintorigo

I Quintorigo, storica band del panorama musicale italiano, sono in tour per presentare il loro settimo e ultimo lavoro, English Garden, album dalle sonorità rock, contaminate con jazz, blues e soul. Dalla loro nascita nel 1996 e dalla prima partecipazione a Sanremo nel 1999, sono passati diversi anni che hanno portato una maggiore maturità artistica nel gruppo, che non perde la voglia si sperimentare nuove musicalità. Sul palco si lasciano andare spesso a improvvisazioni musicali e vocali col nuovo cantante, Luca Sapio, che mette a frutto i suoi studi sulle tecniche di canto africane e orientali accompagnato dai virtuosismi di Valentino bianchi al sax, Andrea Costa al violino, Gionata Costa al violoncello e Stefano Ricci al contrabbasso. I Quintorigo suoneranno ancora a Brescia (19 feb al Latte+ live), Genova (25 febbraio al Blue moon), Firenze (26 febbraio all’Auditorium Flog) e a Cortemaggiore in provincia di Piacenza (4 marzo al Fillmore). Li abbiamo intervistati per conoscerli meglio e per capire se, secondo loro, si studia abbastanza musica nella scuola italiana.


English Garden è il vostro sesto disco in studio, cos’è cambiato rispetto agli esordi?
Valentino: Diciamo che abbiamo maturato diverse strategie in questi anni che ci hanno portato anche a una sorta di autoproduzione, abbiamo molti meno referenti esterni e siamo artefici del nostro presente e del nostro futuro mentre all’inizio si sentiva forte l’ingerenza del discografico, del produttore, del manager, diciamo che siamo cresciuti semplicemente. Abbiamo fatto un percorso tortuoso che ci ha portato nei territori più disparati perché questa è un po’ la nostra natura eclettica: spaziare dal rock al jazz per poi ritornare al rock con questo disco, sicuramente più consapevoli di dieci o quindici anni fa. Le novità di questo lavoro sono oltre al vocalist, che è quella più evidente, la scelta della lingua inglese per dare un coloritura internazionale, globale al nostro progetto e nel caso anche aprirci al mercato estero che è un po’ un nostro sogno da tempo. Inoltre c’è il ritorno a forme compositive più semplici, la forma canzone con strofa, ponte e inciso in modo che il disco risulti all’ascoltatore più immediato, più pop nel senso migliore del termine dopo essere stati tacciati a volte anche a ragione, di cerebralismo, virtuosismo esibito…ecco la nostra maturazione è stata proprio quella di semplificarci e semplificare il nostro modo di comunicare e di scrivere. Abbiamo fatto un po’ un percorso al contrario: di solito gli artisti partono in maniera semplice per poi diventare cerebrali mentre noi siamo partiti un po’ difficili ma adesso ciò a cui puntiamo, proprio perché siamo cresciuti e delle cose le abbiamo capite, è l’immediatezza, la semplicità, l’arrivare al cuore e anche alla pancia dell’ascoltatore senza passare per il cervello. E con questo disco credo che ci siamo riusciti perché sono più canzoni, non abbiamo difficoltà a scegliere un singolo da promuovere perché bene o male tutti i brani sono tutti singoli. Poi è un disco veramente nostro perché non ci sono cover, c’è un ospite ma è un cameo. Il disco è veramente uno di quelli alla vecchia così come i veri rockettari degli anni ’60 e ’70 lo intendevano, al quale si unisce l’eclettismo, il pescare nelle diverse epoche del rock. Il rock ha una storia ormai di più di mezzo secolo e ha anche una geografia vastissima, basti pensare a Inghilterra e Stati Uniti: due frontiere che hanno fatto l’avanguardia a volte in maniera proprio contrapposta. Con “English garden” abbiamo cercato di ascoltare e mettere a frutto un po’ tutte queste esperienze cosicché al suo interno si può cogliere un po’ di Jimmy Hendrix, un po’ di David Bowie, un po’ di grunge, un po’ del soul e anche del blues, anzi questo è un riferimento smaccato in almeno un paio di brani. È una caratteristica dei Quintorigo quella di mescolare un po’ le carte in tavola.

Come vi siete avvicinati alla musica?
Valentino: Ognuno a modo suo ma sicuramente tutti in tenera età. Io, ad esempio, facevo la prima o la seconda media e, tra le attività pomeridiane esterne alla scuola che a volte completano la formazione del ragazzino, ho iniziato a studiare musica. Poi ho preso una scuola seria, d’altronde siamo tutti reduci del conservatorio ma si inizia sempre per gioco. Si può decidere di mollare la musica e continuare il nuoto o il calcio oppure si continua seriamente: arriva quel discrimine nella tua vita in cui dici “ma adesso cosa faccio? Mi iscrivo all’università, abbandono oppure continuo?” Noi abbiamo continuato. La cosa bella che accomuna tutti noi è il fatto che non ci siamo fossilizzati mai sulla musica accademica, come molti dei nostri meritevoli colleghi del conservatorio, dove il rischio c’è perché è una scuola veramente totalizzante. Noi dei Quintorigo, invece, abbiamo sempre mantenuto l’orecchio per altre forme di espressione che ai nostri tempi erano ritenute quasi sataniche in conservatorio, come il jazz o il rock e ciascuno a modo suo ha militato anche in formazioni di altro genere. L’apertura è stata uno dei punti di forza del nostro ensemble: ciascuno è aperto singolarmente, poi sommandosi le quattro, cinque esperienze umane riusciamo bene o male a completare la storia e la geografia della musica totale, e questo contribuisce a questa ricchezza che è un po’ ciò che ci caratterizza.

Ma in Italia si studia abbastanza musica nella scuola pubblica?
Valentino: In Italia nella scuola pubblica la musica non c’è. Come tutti sanno ci sono poche, pochissime ore alla scuola media e nelle suole superiori non c’è educazione musicale anche se la recente riforma dei licei ha ipotizzato di accostare agli altri licei, il liceo musicale coreutico. Io personalmente, che lavoro in una scuola superiore, sto collaborando con un team di colleghi per presentare un progetto per la scuola dove insegno a Bologna per aprire il primo liceo musicale dell’Emilia Romagna. È un lavoro stimolante in cui si mettono a frutto varie competenze e, se tutto va bene, l’anno prossimo dovrebbe partire. È una scuola sulla carta molto completa perché prevede la formazione base di un liceo unita a molte ore di educazione musicale: dalla teoria, al solfeggio, alla pratica di uno strumento o forse anche due. Questi cinque anni dovrebbero corrispondere grosso modo a un triennio di conservatorio, poi si vedrà se funziona o meno.

Però per un liceo del genere ci vorrebbe che le scuole medie dessero la base e invece al loro interno mancano le strutture, gli strumenti…
Purtroppo si, mancano le strutture con la conseguente scarsa motivazione da parte dei ragazzini ma anche talvolta degli insegnanti. Gli insegnanti di musica ai miei tempi erano lo zimbello della scuola, io non ho imparato nulla nonostante avessi un insegnante in gamba che, però, era scarsamente motivato dalla situazione.

Quindi diciamo che in Italia non investe sulla costruzione di una cultura musicale?
Valentino: Assolutamente no. Poi attualmente in Italia si stanno buttando i remi in barca, si sta tagliando dappertutto e la scuola purtroppo è una delle maggiori vittime insieme ala cultura in generale. Tagliare sulla cultura, sull’istruzione, sullo spettacolo, sull’arte in generale è proprio come darsi la zappa sui piedi perché andiamo ad appiattire la nostra identità culturale. Noi italiani dovremo puntare su quello che ci caratterizza, per esempio l’arte, mentre i tagli ci sono, le orchestre chiudono, i teatri non hanno finanziamenti, il cinema pure…

Poi però prosperano Amici e X Factor…
Valentino: Quelli prosperano perché c’è un tornaconto economico: non penso che i talent show portino un arricchimento culturale, soprattutto nelle nuove generazioni piuttosto portano ad un appiattimento se non addirittura a una sbagliata focalizzazione di quello che può essere il mestiere del musicista o il mestiere dell’attore: sono mestieri, sono arti che si imparano con la gavetta, con la scuola e con lo studio, non ci si può improvvisare rockstar o popstar da un giorno all’altro!
Luca: è un tritacarne perché creano questa sorta di illusione nel senso che tu arrivi lì, loro ti creano questo personaggio che a loro parere ti rispecchia e ti cuciono un vestito addosso a volte anche in maniera del tutto fuorviante per l’identità dell’artista in nuce, perché sono  ancora degli embrioni che si muovono sul palco. Poi tirano fuori dai cassetti dei loro uffici questi brani depositati da altri artisti, glieli cuciono addosso e loro si ritrovano così con un repertorio non loro a salire su dei palchi che appartengono a dei circuiti lontani dalla gente, come i salotti televisivi e le discoteche dove loro vanno, fanno la loro stagione e poi passano la vita ad essere l’ombra di se stessi in ricordo di quello che erano pur restando ancorati ancora a questo sogno. Queste persone viaggiano a cifre importanti, non come noi che davvero facciamo la fame. Gudagnando così tanto è difficile staccare e dire “Ok è stata una fortuna”. Loro sono lì e sperano di venire riesumati e questa, secondo me, è una condanna a morte terribile. Io scoraggio sempre chiunque voglia intraprendere la strada dei talent. Secondo me è una follia.


Giuditta Danzi


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