Il costo della salute
Incapace di riformarsi se non per vincoli esterni. Sembra essere questa la regola dei processi di trasformazione dello stato sociale italiano. Almeno negli ultimi due decenni. Circa quindici anni fa due interventi strutturali su altrettanti pilastri del welfare italiano presero le mosse dalla grave crisi finanziaria del Paese: uno sul sistema pensionistico, l’altro sul servizio sanitario nazionale.
Ancora oggi il controllo della spesa pubblica caratterizza l’ennesimo esercizio di riforma del welfare italiano. A questo si somma, però, un nuovo fattore: la nascita del federalismo fiscale. La vera partita si giocherà dunque sulla finanza regionale e in particolare sulla definizione dei costi standard nella sanità.
Costi standard, cosa sono? La definizione ufficiale non aiuta molto nella comprensione: il valore di finanziamento del Servizio sanitario nazionale per l'erogazione, in condizioni di efficienza e appropriatezze dei livelli essenziali di assistenza assume la natura di fabbisogno sanitario standard.
Su questo fronte, nonostante l’elaborazione di vari testi da parte del Governo, la situazione appare ancora in alto mare. Con l’ulteriore complicazione che sui costi standard il conflitto non è solo tra Governo e Regioni ma tra le stesse Regioni. Quelle del Nord e del Sud sono su posizioni opposte.
Al momento attuale il sistema di definizione del fondo sanitario restano sostanzialmente quelli in vigore da una decina di anni e, paradossalmente, questo rappresenta una novità positiva. Si è discusso a lungo di incomprensibili costi standard costruiti sui costi di produzione in condizioni di efficienza di ciascuna prestazione. Poi, realisticamente, ci si è resi conto che questo è impossibile e comunque indesiderabile e si è adottato l’attuale approccio, che prevede la determinazione di un fabbisogno sanitario nazionale (ora denominato fabbisogno standard) alla luce delle compatibilità delle finanze pubbliche, ripartito tra le diverse Regioni. L’unica differenza è che il decreto dimentica di precisare che il fabbisogno sanitario nazionale deve essere definito sulla base non solo dei vincoli della finanza pubblica, ma anche dell’assistenza da garantire, facendo così un passo indietro rispetto alla situazione attuale.
Nell’ultima versione del decreto sono stati introdotti due correttivi. In primo luogo modifica la definizione di “regioni virtuose” sulle quali basare i costi standard. Non saranno più quelle in pareggio di bilancio ma la scelta è rimessa alla Conferenza Stato-Regioni, sulla base di criteri di qualità, appropriatezza ed efficienza. Una modifica che evita di considerare virtuosa una regione che taglia l’assistenza per chiudere i bilanci in equilibrio. Inoltre è ampliato a cinque il numero di queste regioni. Il rischio è che la ricerca di un compromesso finisca con l’annacquare gli stimoli all’efficienza che la riforma dovrebbe introdurre, tanto più aumenta il numero di regioni considerate tanto più il parametro standard si avvicina alla media nazionale, che è quello che viene utilizzato attualmente. C’è, concreto, il rischio che non cambi nulla.
Testo del Decreto sui costi standard
http://www.anmvioggi.it/files/IL%20DECRETO%20SUI%20COSTI%20STANDARD%20IN%20SANITA%27.pdf
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