Il Papa in carcere a Rebibbia
Roma, 19 dicembre 2011 - Ieri Benedetto XVI si è recato al carcere romano di Rebibbia. Ha parlato ai detenuti di dignità umana. Quella che viene negata dal sovraffollamento. Celle per due che vengono occupate anche da 6 detenuti con water a vista, immediatamente attiguo al tavolino dove si mangia e al letto dove si dorme. "Doppia pena" dice il Papa; quella della sentenza di condanna e quella di una vita indegna in carcere. Nel degrado delle strutture e nell’abbandono da parte della società politica e civile che sa inutilmente punire, ma non recuperare a una nuova vita fatta di lavoro e di rispetto dei diritti del prossimo. Sono anche questi i diritti umani. "Siamo caduti, ma siamo qui per rialzarci" continua Benedetto XVI. Abbiamo tutti bisogno di rialzarci: la società di diritto e la società carceraria. Una società di diritto non può dimenticare gli ultimi; in questo caso sono i detenuti, in molti altri contesti sono i poveri e i disoccupati.
La società carceraria va risollevata con il lavoro e con percorsi di recupero che insegni il valore della vita e il rispetto dei diritti degli altri. Il reinserimento deve e può diventare una priorità anche per l’aumento del PIL. Sono 68 mila i detenuti che sono sulle spalle del bilancio dello Stato e, contemporaneamente, sulle spalle del bilancio delle loro famiglie. Un detenuto in carcere è un consumatore che compra detersivi per lavarsi la biancheria, prodotti per l’igiene, sigarette, bombolette di gas da camping per prepararsi un caffè e quant’altro è consentito: puntualmente i soldi arrivano dalle famiglie. Se fossero messi in condizione di lavorare, potrebbero socialmente recuperarsi ed essere autonomi nelle loro spese necessarie. Di riparazione e rieducazione parla il Ministro della giustizia che ieri ha ricevuto Benedetto XVI a Rebibbia. Intanto un primo passo in avanti si è fatto: sono stati stanziati 57 milioni di euro per l’edilizia carceraria. Fondi che possono risollevare anche la disoccupazione italiana.
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