I superbatteri indiani
Si tratta dei batteri gram-negativi Escherichia coli e Klebsiella pneumoniae, quindi batteri causa di infezioni urinarie, enteriche e polmonari, che fanno parte di quella enorme classe di batteri chiamati Enterobatteri. L’evento segnalato dai colleghi inglesi è la presenza, in questi ceppi di un gene chiamato Ndm-1 che può anche essere trasferito a specie batteriche diverse. Ndm-1 sta per New Delhi metallo-beta-lattamasi-1, enzima che rende i batteri resistenti ad una classe di antibiotici, i Carbapenemi, molto importanti perché sono oggi l’ultima ancora di salvezza per curare infezioni causate da batteri resistenti agli altri antibiotici. Gli Enterobatteri, che hanno la resistenza Ndm-1, sono altamente resistenti non solo agli antibiotici Carbapenemi, ma anche a molte classi di antibiotici e potenzialmente annunciano la fine dei trattamenti con gli antibiotici beta-lattamici (come le penicilline e le cefalosporine), fluorochinoloni (come l’ acido nalidixico, la ciprofloxacina, la levofloxacina) e amino-glicosidi (come la streptomicina e la gentamicina): che sono le principali classi di antibiotici utilizzate per combattere le infezioni da batteri Gram-negativi.
Ma da dove arrivano questi batteri così resistenti? Il primo ceppo Ndm-1 è probabilmente “nato” in India nel 2009 in un paziente con polmonite, poi ne sono stati trovati altri in Pakistan e più recentemente in Inghilterra, Olanda, Stati Uniti, Canada, Australia. Ormai la diffusione sembra inarrestabile e non passeranno molti anni prima che arrivino anche in Italia. A onor del vero però batteri con un enzima che determina lo stesso tipo di resistenza dell’ enzima "indiano” e quindi, ugualmente problematici, sono emersi negli USA già nel 2001 e si sono già diffusi in tutto il mondo, Italia compresa. La resistenza riscontrata nei batteri “indiani” non è una novità assoluta, ma fa aumentare l’allerta su un problema ben noto e cioè quello della multi resistenza batterica agli antibiotici soprattutto quando i batteri sono resistenti anche ai Carbapenemi.
In Italia la prima segnalazione di Klebsielle simili ai batteri “indiani” è del novembre 2009 in un paziente dell’Ospedale Careggi a Firenze. Successivamente sono stati segnalati casi nell’Ospedale Tor Vergata di Roma, nel reparto di Terapia Intensiva dell’Ospedale Civico Benfratelli di Palermo, al Policlinico S.Orsola di Bologna ed ormai sembra si stiano diffondendo a macchia d’olio. Questo fenomeno inizia a creare notevoli problemi terapeutici visto che i pochi antibiotici che rimangono efficaci contro questi superbatteri hanno seri effetti collaterali (colistina) o non raggiungono tutti i siti di infezione (tigeciclina). Al momento sembra che la diffusione di questi batteri avvenga soprattutto negli ospedali e l’unico modo per combatterne la diffusione è attraverso la sorveglianza, la loro individuazione tempestiva, l’isolamento dei pazienti infetti, la disinfezione delle attrezzature ospedaliere e procedure molto accurate di igiene delle mani di tutti. E’ ovvio poi che il problema che sta a monte è il cattivo uso e l’abuso di antibiotici e se questo problema può essere affrontato nei nostri Paesi lo è molto di meno in altre realtà. Basti pensare a ciò che sta succedendo in Pakistan dopo le alluvioni: milioni di dosi di diversi antibiotici distribuiti senza alcun filtro a milioni di persone ammassate in situazioni igieniche drammatiche, realtà ideale per l’ insorgere di batteri multi-resistenti.
20 settembre 2010
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