aggiornato il 22/05/2012

Famiglia italiana

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I NEET. Sconfitta del presente, vittoria del futuro

I NEET. Sconfitta del presente, vittoria del futuro


Roma, 29 ottobre 2011 - Chi sono i neet? Sono i not in education, employment or training, secondo l’acronimo inglese, cioè giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono iscritti né a scuola né all’università, che non lavorano né frequentano corsi di formazione o aggiornamento professionale e che si sono visti costretti a scegliere come stile di vita l’attesa, perché si sono convinti che cercare lavoro sia cosa vana. I neet sono in crescita in tutta Europa. Studi della Commissione europea rivelano che l’Italia è il paese con la più alta percentuale di neet, superata solo da Romania e Bulgaria. Si può quasi dire che in ogni famiglia c’è un neet. Il primato è senz’altro triste; ma diamogli un volto e una fisionomia a questi ragazzi che occupano il limbo sociale del nostro paese e che in apparenza possono sembrare degli sconfitti. Secondo l’Istat sono circa 2 milioni e comprendono giovani che hanno terminato la scuola dell’obbligo e lavorano in nero; giovani demotivati nella ricerca del lavoro e nella frequentazione di un corso di formazione professionale; giovani diplomati che hanno smesso di cercare lavoro perché lo hanno cercato per lungo tempo senza riuscire a trovarlo; giovani laureati che, pur avendo acquisito delle competenze culturali superiori, queste si sono rivelate obsolete rispetto alle esigenze del mercato del lavoro e delle aziende in particolare.

Prospetticamente se trovare un posto di lavoro è un’utopia, la pensione per i neet diventa addirittura un miraggio. E allora qui si impone una riflessione di diverso tipo, che inquadri i neet in quella trasformazione sociale, politica ed economica di cui sono protagonisti scontando sul proprio futuro le miopie di quanti non hanno saputo capire cosa significasse la globalizzazione e come andava costruita la flessibilità del lavoro, piuttosto che imporne la semplice nozione concettuale. Al contrario di quanto si possa pensare, i neet  non li si deve immaginare nell’oblio del nulla; forse nella crisi economica mondiale che stiamo vivendo, i neet sono la parte più viva e più coraggiosa della società. Sono la parte più viva perché incarnano le vere difficoltà occupazionali che, se non affrontate, compromettono anche il futuro dell’economia italiana; sono la parte più coraggiosa perché, forse anche involontariamente, si sono ritrovati a fare gruppo, già oggi numericamente consistente e che, a voler dare ragione alle stime della Commissione europea, è destinato a crescere ancora. Quali, allora, le soluzioni? Le soluzioni sono di ordine culturale e di ordine strutturale. Culturalmente i neet devono rendersi consapevoli che per le condizioni attuali la loro unica fonte di lavoro sono proprio loro stessi. In un mondo dove il contratto non esiste più, la sicurezza di fare un progetto a lungo termine diventa un lusso per pochi eletti, i veri eletti possono essere proprio i neet che con la loro intelligenza devono sapersi creare un lavoro, mettersi in proprio e condividere il risultato con la collettività. Perciò i neet possono e devono tentare di trasformare le loro idee in offerta, produttività e crescita economica. La sfida deve diventare la parola chiave del loro successo; il rischio la condizione imprescindibile per poter vivere.Ma senza riforme strutturali i neet non possono andare lontano, rischiano di rimanere imbrigliati nelle maglie di un’utopia che fa immaginare loro una società più giusta e più equa.

A fronte della loro disponibilità a mettersi in gioco, chi di competenza e cioè lo Stato, le banche e le imprese devono anch’essi aprirsi alle sfide della globalizzazione e della competitività, devono allearsi con i neet per capirne la natura e le istanze e costruire insieme sviluppo economico e sociale. Lo Stato, che non può più essere datore di lavoro, né finanziare l’impresa privata per gli impedimenti dell’euro, deve garantire l’accesso all’informazione in tempi rapidi e certi: i neet, con pari opportunità sia se vivono nelle grandi città che nei piccoli comuni, devono sapere quali sono i settori in cui il mercato permette di assorbire la loro idea imprenditoriale, devono sapere come muoversi nella burocrazia delle normative amministrative, ritrovando nel loro Stato il proprio legittimo alleato cui hanno affidato l’esercizio della sovranità popolare. Le banche devono migliorare l’accessibilità ai finanziamenti, rivedendo i meccanismi di accesso e di garanzia; d’altronde il danaro che custodiscono appartiene ai cittadini e alle famiglie italiane; metterne a disposizione una parte per le iniziative economiche private degli stessi cittadini italiani, non dovrebbe recare un grosso danno. Le imprese, la cui ragion d’essere sono i lavoratori, colgano l’opportunità di dare fiducia a chi non ha più vent’anni e magari ne ha trenta. A trent’anni si può avere quel senso di responsabilità e di attaccamento al lavoro che può tornare utile all’azienda. L’impresa e i lavoratori, che dal dopoguerra in poi hanno costruito il modello economico italiano, ritornino a fare sistema. Si ridisegnino le relazioni industriali tra Stato, imprese e lavoratori per riprendere la strada maestra dello sviluppo, scudati dalla notevole ricchezza offerta dal made in Italy che nel mercato globale non ha concorrenti. Sono solo belle parole? No. Si può fare? Si.

Rosa Di Ponzio


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