Gli invisibili
Roma, 25 novembre 2011 - Clochàrd, barboni, senza tetto. Questi sono i nomi degli uomini che abitano le strade del mondo. Donne e uomini invisibili. Diversi appellativi per identificare persone che vivono in condizioni disumane che non fanno onore a nessuno. Gli ultimi dati parlano di circa 100.000 persone che, per scelta o necessità, occupano le strade delle città italiane. Una vera e propria emergenza sociale che non si può ignorare. Sei barboni su dieci vivono per strada perché hanno perso il lavoro e di conseguenza la casa. Il 40% è stato operaio, il 20% impiegato, il 10% artigiano. Il 60% ha la licenza elementare o media, mentre il 17% ha conseguito il diploma di scuola superiore. Pregiudizi, indifferenza e incapacità li rendono invisibili. Spesso non vogliono neanche ricevere aiuto perché lo percepiscono come un’elemosina. Sono chiusi nel loro mondo perché il nostro non ha saputo collocarli: una rete familiare che protegge meno che nel passato, dimenticando di avere un parente che per nuova casa ha scelto il marciapiede; un sistema sociale che è incapace di collegarsi con il mondo del lavoro e della formazione.
Di solito sono persone sulle cinquantina, ma a questo stile di vita cominciano ad affacciarsi anche numerosi trentenni. Tra loro anche ex imprenditori o professionisti che, reduci da perdite affettive o insuccessi lavorativi, si rifugiano nelle strade prigionieri di se stessi. Per la maggior parte seguiti ed assistiti dalle associazioni umanitarie, tuttavia non si riesce a farli uscire dall’ordinario dell’indigenza. Ecco la storia di Antonio, un trentaduenne torinese. Un ragazzo onesto che per vivere non ruba, né commette altri reati. Cerca aiuto presso le strutture preposte, ma queste funzionano come possono, in assenza di percorsi efficaci per il reinserimento sociale e lavorativo. Antonio vorrebbe tornare ad una vita normale, trovare un lavoro, avere degli amici, ma è bloccato dal suo aspetto e dal ruolo che ormai ricopre nella società. E’ ammalato di solitudine Antonio, non riesce a cancellarla dall’anima, ha così paura del giudizio altrui che non racconta nemmeno il perché della sua scelta così estrema. Avrebbe bisogno di qualcuno che gli dia una possibilità, di qualcuno che scommetta sulle sue capacità. Ma la nostra società, seppur ricca di slanci solidali, è ancora ben lontana dal trovare soluzioni pratiche e concrete ai problemi di chi ha bisogno, alle difficoltà di chi può ancora essere una risorsa produttiva per il nostro sistema. E’ una questione culturale, ma bisogna convincersi che i tempi sono cambiati. Un problema bisogna prevenirlo prima che si crei; il primo diritto di ognuno di noi è quello di essere messo in contatto con il mondo del lavoro. Questo è il futuro a cui devono lavorare le nostre istituzioni nazionali ed europee.
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