Giovani, laureati..e disoccupati!
Ogni giorno la percentuale di giovani italiani disoccupati cresce sempre di più. Secondo le ultime indagini Istat, che risalgono a giugno scorso, il tasso di disoccupazione giovanile si aggira intorno al 30%. Un ragazzo su tre non ha lavoro. L’identikit del giovane disoccupato è presto fatto. Ha tra i 15 e i 30 anni, è laureato, plurispecializzato, poliglotta e molto spesso è donna. Il discorso della disoccupazione femminile poi è ancora più spinoso. Molte donne perdono il lavoro quando si sposano o quando aspettano un bambino, nei momenti più delicati della vita quando uno stipendio significa la dignità di una famiglia.
Questo clima di crisi, di certo, non aiuta. Nonostante i timidi segnali di ripresa, ad aprile il tasso di disoccupazione nell’Eurozona è stato del 10,1%, in aumento rispetto al 10% del mese di marzo. Il dato peggiore dal 1998. Uno tra i paradossi fondamentali è l’esperienza richiesta nel settore di attività. Bisognerebbe avere, secondo molti annunci, da uno a tre anni d’esperienza quindi niente lavoro senza esperienza. Ma come si fa a fare esperienza senza avere un lavoro?
Rispetto agli altri paesi dell’Unione Europea, l’Italia non si allarma più di tanto anche perché preferisce credere che i giovani stessi posticipino l’entrata nel mercato del lavoro per colpa della sindrome di Peter Pan. Nulla di più falso, infatti, moltissimi giovani pur di lavorare si sottopongono a mansioni non adeguate alle loro competenze, spesso con contratti precari e malpagati. Chi non ne può più, emigra all’estero. Gli altri Paesi europei offrono a ogni giovane possibilità d’impiego e riqualificazione allo scadere di sei mesi di disoccupazione. Grazie al Fondo Sociale Europeo, che consente agli stati membri la creazione di condizioni più favorevoli all’occupazione a partire dai programmi di formazione, e al Progetto Leonardo che sostiene lo scambio culturale e il collocamento a livello transazionale, molti dei nostri giovani laureati hanno trovato terreno fertile su cui costruire il proprio futuro. L’emorragia di cervelli continua e chi resta sogna di andarsene.
Ma non è tutto. Secondo uno studio condotto da Lisa Kahn, economista di Yale, i giovani che iniziano a lavorare nei periodi di recessione sono i più svantaggiati perché si accontentano di tutto sacrificando sogni e ambizioni, vero motore del progresso sociale ed economico, in nome della sopravvivenza. Il problema della disoccupazione giovanile non è generazionale ma strutturale.
Ci auguriamo che al più presto vengano varate delle riforme che permettano ai giovani di entrare nel mercato del lavoro senza dover rinunciare a se stessi. Perché il lavoro è più di una questione di soldi. Il lavoro è dignità, è sentirsi parte di una società, è costruire un futuro migliore. Un tempo, il futuro, di cui abbiamo bisogno.
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