Educazione d'asfalto
Camminare. Un gesto naturale, una delle prime cose che abbiamo imparato per istinto, a cui è legato un senso originario e profondo di libertà e benessere. Gli esperti consigliano di percorrere un chilometro e mezzo al giorno per ottenere incredibili benefici. Camminare, dicono, allenta la tensione nervosa, migliora la circolazione, aiuta a meditare e contribuisce perfino alla nostra felicità, con un aumento della produzione di serotonina ed endorfine. Muoversi a piedi, per andare in ufficio, al cinema, a cena fuori o a fare la spesa è una sana abitudine per noi, per la nostra città e per l’ambiente. Non sempre ci rendiamo conto di quanto sia irrazionale prendere l’automobile in città per tragitti inferiori ai 2 chilometri. Eppure in auto siamo costretti a fare percorsi obbligati, a fermarci ai semafori, a trovare e pagare il parcheggio e, dulcis in fundo, a camminare dal parcheggio alla destinazione (e viceversa)!
Ma allora perché ci ostiniamo tutti a spostarci in macchina? Spiegare questa inveterata abitudine con il solito vecchio argomento dell’idiozia collettiva (ovviamente sempre attribuita e attribuibile agli altri) non ci soddisfa pienamente. Così insistiamo: perché? L’unico modo di scoprirlo è calarci nella leggendaria figura contrapposta a quella dell’automobilista: il pedone. Cosa significa essere pedone nelle nostre città? Diciamolo subito senza giri di parole: il più delle volte avere una pazienza quasi eroica. Facciamo conoscenza con il nostro principale compagno di viaggio, colui al quale ci affidiamo durante il percorso: il marciapiede. Su di esso si stende la nostra via, irta d’insidie che a un primo sguardo non avevano sfiorato le nostre riflessioni.
Spesso troppo stretto, il marciapiede è reso ancora più inospitale dalla presenza di gomme da masticare, cicche di sigarette, sputi – ultimamente pare sia molto di moda tra i giovani sputare a terra per esprimere il proprio disappunto - ed escrementi di animali, facilmente evitabili durante il giorno ma assolutamente invisibili alla sera. Cimentandoci in uno slalom, ed evitando di soffermarci sull’odore, procediamo camminando a passo spedito (gli esperti consigliano 5km/h) verso la nostra destinazione. Non saranno questi piccoli ostacoli iniziali a fermarci. Eppure questo marciapiede si fa sempre più stretto: spesso è invaso dalle ruote anteriori di automobili selvaggiamente parcheggiate ma ancora più comune è incontrare motorini di grandissima cilindrata - l’equivalente su due ruote del SUV – lasciati per tutto il giorno a formare barriere insormontabili di plastica e acciaio. Per passare, così, facciamo il giro largo, camminando direttamente sulla strada tra altre automobili, camion, camioncini e minivan, parcheggiati in doppia fila. Ma no, non demordiamo, continuiamo imperterriti, sicuri che la causa che stiamo abbracciando, muoverci a piedi, sia ancora giusta, ancora sensata. Ora il marciapiede si fa più largo, ci abbandoniamo a un filo di speranza ma ecco che ci imbattiamo in un bar-ristorante che con i suoi tavoli e panchine occupa l’intera superficie calpestabile. Allarghiamo ancora il nostro tragitto, facendoci strada tra le lamiere ma stavolta la minaccia arriva dall’alto: gli alberi ai bordi del marciapiede non sono stati potati, dobbiamo abbassarci per schivarne le fronde. Arriviamo così al primo attraversamento pedonale. Appena mettiamo piede sulle strisce – nella gran parte dei casi visibili a stento – vediamo accelerare i nostri antagonisti alla guida delle automobili: chiaro, cercano di evitare di dover essere proprio loro a fermarsi per farci passare. Finalmente, passetto dopo passetto, obblighiamo il prossimo automobilista a fermarsi – in caso contrario ci avrebbe travolto – e riusciamo a traghettare il nostro vulnerabile corpo sull’altra sponda, esattamente identica a quella che con tanta fatica abbiamo lasciato.
E non va meglio nelle aree pedonali dei nostri centri storici: qui ci capita di incontrare, oltre a tutti gli altri ostacoli precedentemente menzionati e moltiplicati in modo esponenziale, un nuovo nemico il “pedone quasi statico”. Stiamo parlando di coppie, comitive, e gruppi di turisti. Nessuno di loro ha la minima intenzione di separarsi dal resto del gruppo per aprire un varco nella formazione compatta, lasciandoci passare. Fermi o lentissimi, innamorati o annoiati da una guida turistica con in mano una bandierina, bloccano il passaggio più o meno inconsapevolmente.
E pensare che in questo immaginario itinerario abbiamo scelto di immedesimarci in un pedone particolarmente agile. Ma cosa dovrebbe subire una madre con passeggino?
Ora abbiamo forse qualche elemento in più per comprendere perché tutti continuano ostinatamente a usare l’automobile per spostarsi anche per brevi tratti. L’automobile non è un mezzo di trasporto, non solo almeno. In città la macchina diventa un’armatura, uno scudo per difendere i nostri sensi, i nostri nervi e i nostri cari dall’ambiente ostile che ci circonda. Gli spazi comuni, teatro della maleducazione d’asfalto, sono più simili a una terra di nessuno che a un luogo di incontro e condivisione. Prima delle piste ciclabili e del potenziamento dei mezzi pubblici dovremmo tentare di incentivare il desiderio - e la soddisfazione - di esercitare uno dei diritti più antichi del mondo: quello di camminare con le proprie gambe. E non solo in senso letterale…
Nicola Tisci
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