Come siamo messi?
Cinquanta anni per arretrare in sogni e prospettive, risultato di decisioni e leggi ad hoc che hanno diffuso un benessere giovanile dipendente solo dalla generazione che li ha preceduti.
L’Italia si avvia sempre più a un’implosione che vede risorse tecnologiche e giovani schiacciati da contratti che mettono in condizioni i pochi di arricchirsi alle spalle dei sacrifici altrui.
Illusi dal saper gestire mobilità lavorativa e formazione universitaria sul modello americano, siamo giunti alla pretesa di inserire i giovani nel mondo del lavoro senza dar loro diritti e retribuzioni. Eccoci così arrivati a un tasso di disoccupazione superiore addirittura a quello del dopo guerra, e volontà imprenditoriali capaci di indebitare ancor prima di iniziare un’attività.
Con i laureati che intasano di curriculum le poche aziende ormai sopravvissute alla crisi e benefici legati ad assunzioni in forma di stage o a progetto, il lavoro diventa uno sfruttamento legalizzato e non retribuito.
Una vergogna che può durare fino al limite dei tre anni per poi, come prevede la legge, procedere con l’assunzione a tempo indeterminato.
Non sempre però al termine dell’infinito praticantato il tutto si risolve con un vero contratto, a causa di politiche aziendali che preferiscono un rinnovo del personale a spese zero, rinunciando così al valore aggiunto delle unità da tempo inserite, e paradossalmente ricominciando il lavoro di apprendistato.
Per coloro invece che tentano la via dell’imprenditoria privata il percorso risulta ancor più difficile e rischioso, con il pericolo d’indebitamento fin dallo start up iniziale.
Per meglio comprendere le difficoltà, conteggi alla mano, ipotizziamo due giovani aprire un’attività commerciale con sede fissa o on line rispettivamente in Inghilterra e in Italia.
Nel primo caso, dopo un corso regionale gratuito sull’attività commerciale intrapresa, si potrà istituire una società con l’investimento di una sola sterlina, senza successivi costi di assicurazione, previdenza e addirittura di chiusura, il tutto con una tassazione fissa del 15%, favorendo così il libero mercato e sostenendo nuove idee imprenditoriali.
In Italia invece, senza corsi di formazione, si spenderanno oltre 300 euro per l’apertura della partita iva, con la comunicazione alla camera di commercio e all’agenzia delle entrate, oltre l’obbligo d’iscrizione all’Inps con un versamento di 2800 euro annui fissi anche senza fatturare utili.
Come se non bastasse, qualora la società avesse dei profitti, questi subirebbero una successiva tassazione di minimo il 20%.
Non occorre molto altro per evincere una staticità del paese, sostenuto da una classe di giovani laureati impossibilitati di valorizzare l’Italia del futuro, e troppo spesso ancora legato a figure e leggi ormai superate, specie se paragonato al resto degli stati europei.
Andrea Domenici
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