Ciò che è bene per la famiglia è bene per lo Stato
Roma, 24 ottobre 2011
Famiglia Italiana, da sempre attenta alle più importanti dinamiche della vita culturale e sociale in Italia, intervista il dott. Luigi Cerciello (nella foto), presidente nazionale dei “Cattolici in Movimento”, per confrontarci con una significativa realtà del panorama associativo cattolico del nostro Paese. Sabato abbiamo raggiunto il Presidente presso la sede dell’Associazione, in Roma, al terzo piano di un palazzo tra via del Tritone e via Sistina. Accolti con grande cortesia, ci ha colpito subito la sua giovane età. E’ poi bastato accomodarci e dare il via al piacevole colloquio perché la nostra attenzione si spostasse dal dato anagrafico alla straordinaria umanità e alla coinvolgente grinta del nostro qualificato interlocutore.
D - Presidente Cerciello, per lungo tempo si è parlato di una sostanziale irrilevanza della presenza dei credenti nella vita pubblica nazionale. Oggi nel Paese si registra un grande fermento del mondo cattolico. Ci aiuta a capire cosa sta accadendo e in che termini ne verrà coinvolta la famiglia?
R - I cattolici si sono sempre adoperati per incarnare il bene comune nella realtà di tutti i giorni. Hanno innervato il tessuto sociale di tante e tali iniziative e prove di solidarietà da riuscire, rifuggendo da ogni forma di clamore, a riempire le voragini che burocrazia e finanza non hanno saputo colmare e che spesso hanno addirittura determinato. Perciò la rilevanza sociale della comunità cattolica non è mai scemata. Oggi come oggi all’ordine del giorno c’è la questione di una nuova presenza organizzata e identitaria dei credenti. Sicché non si può negare che i cattolici vogliano inaugurare una stagione che li veda di nuovo e a lungo protagonisti delle scelte che indirizzano la vita pubblica. I cattolici, insomma, anelano a riprendere la guida del Paese. Un Paese che è sempre più depauperato nello spirito e nelle risorse, sempre più prosciugato nei valori e nella fiducia, con una vasta parte di popolazione e di famiglie che scontano il calvario quotidiano per reggere il peso delle piccole e grandi croci esistenziali. E in questo momento così cruciale ci sorregge ormai una convinzione, che è al tempo stesso presa di coscienza del dato reale e rinnovata responsabilizzazione verso la collettività: le sorti dell’Italia stanno in via di principio a cuore a tutti, ma è ai cattolici che tocca ora adoperarsi per risollevarla.
D - Appena una settimana fa si è svolto il seminario di Todi promosso dal Forum delle associazioni cattoliche del mondo del lavoro e aperto dall’intervento del Card. Bagnasco. Quale è il suo giudizio in merito a questa importante iniziativa e, in particolare, quali ricadute essa potrà avere sulla vicenda politica nazionale?
R - C’è davvero del buono in quel che si è realizzato a Todi e non afferisce a mio avviso la dimensione meramente politica. L’iniziativa ha soprattutto consacrato due importanti tendenze in atto nel mondo cattolico: da un lato la volontà di raccordarsi e dialogare tra loro delle varie componenti che animano la rete sociale e pastorale della Chiesa e, dall’altro, il progressivo disancorarsi dei credenti da una visione intimistica della fede. Ritengo dunque che l’evento di Todi abbia lanciato un messaggio di grande impatto e risonanza nell’agone pubblico: le molteplici aggregazioni laicali cattoliche o ispirate cristianamente, nonché le comunità parrocchiali e molte altre realtà organizzate, sono un popolo particolarmente attento alla vita sociale e politica del Paese e non è pensabile di poterle liquidare come minoranze sparute e smarrite, visto che vanno rivelando la propria vocazione a divenire la governance del domani. I cattolici sono dunque destinati ad incidere oltremodo nei programmi dei partiti e degli esecutivi.
D - Lei ha appena fatto riferimento ai programmi delle formazioni partitiche e governative. Dalla sua visuale di persona a stretto contatto con differenti organizzazioni di volontariato e impegno civile, quale spazio oggi riveste la famiglia nell’agenda politica nazionale?
R - Nel rapportare questa domanda al mio legame con le realtà di volontariato e solidarietà colgo un lucido pragmatismo, visto che è proprio in questi ambiti che si riesce meglio a misurare l’efficacia delle politiche di sostegno ai nuclei familiari. Ambiti con cui gran parte della nostra classe dirigente non è mai entrata in contatto mentre rappresentano, come in pochissimi altri casi, luoghi di fattiva sussidiarietà. Io credo fermamente che ciò che è bene per la Famiglia è bene per lo Stato. Quel che in fondo sentiamo ripetere da politici e decisori pubblici ogni volta che si ritrovano davanti a una telecamera o a un microfono. Eppure ancora oggi, e magari proprio per questo stiamo sfiorando il collasso, sono proprio le famiglie, che dovrebbero essere destinatarie di aiuti e incentivi dello Stato, a finanziare il debito pubblico. Assistiamo da anni ad un rito rovesciato: non è il fisco a riconoscere e adeguarsi ai bisogni della famiglia, ma è la famiglia a corrispondere puntualmente alle necessità dell’erario. E le politiche sociali di tutela e promozione della famiglia stentano immancabilmente a favorirne il benessere, poiché tendono ad utilizzarla come ammortizzatore rispetto ad altri obiettivi, dalla questione demografica alla lotta alla povertà, puntando alle singole categorie, come il bambino, la donna e l’anziano, e tralasciando l’alveo stesso delle relazioni familiari, di coppia e genitoriali.
D - Quale ricetta propone per un più efficace welfare familiare?
R - Personalmente ritengo debba essere privilegiato il risparmio fiscale. Mi riferisco soprattutto a deduzioni e detrazioni piuttosto che all’assistenza pubblica, quella che si sostanzia negli assegni familiari. Un aiuto autentico destinato al padre di famiglia risiederebbe nel non privarl,o a mezzo dell’imposizione fiscale, dei mezzi necessari a mantenere ogni familiare a suo carico, piuttosto che nell’attribuzione di talune provvidenze. Credo davvero che la fattiva serenità di un padre di famiglia consista nella possibilità di disporre ampiamente di quanto autonomamente guadagnato, consista nel vedersi riconosciute le proprie possibilità di autosostentamento piuttosto che in quell’assistenzialismo statale cui è confinato l’intervento del nostro sistema fiscale e che non si rivela perfettamente corrispondente alla rilevanza sociale ed economica delle funzioni della famiglia rimarcata dalla nostra Costituzione. Lo Stato non può trascurare il peso assunto sulla capacità contributiva della famiglia dai figli a carico e dalla scelta di uno dei genitori di dedicare il proprio tempo alla cura e all’educazione dei figli: non si può non riconoscere il costo del mantenimento dei minori e degli adulti inoccupati. Non si può non pensare ad una valutazione ordinaria dell’impatto di ciascun provvedimento normativo sul complessivo carico di un nucleo familiare, intendendo con esso il numero, l’età e lo stato di salute dei relativi componenti.
D - In chiusura, ritorniamo al conclave cattolico di Todi e all’affondo lanciato in quel consesso contro l’attuale Governo incoraggiando l’ipotesi di un esecutivo tecnico o di larghe intese. Quale è il suo parere in merito?
R - Su questo punto mi sento di esprimere grosse perplessità. Ritengo sia stato giusto rivendicare la necessità che le rappresentanze parlamentari siano espressione della preferenza popolare. Questo legittima le critiche verso l’attuale sistema elettorale e dovrebbe vederci uniti nel sollecitare le attuali compagini partitocratiche a convergere quanto prima verso una riforma della legge in vigore. I cattolici devono tornare alla guida del Paese, ma governa chi è eletto dal popolo.
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