Canottaggio, che passione!
La corrente ti spinge o ti frena e tu devi sfruttarla o contrastarla. A volte devi andare contro la pioggia, con il freddo e l’umidità. Il mezzo che utilizzi è una barca, stretta ed affusolata, sulla quale trovare il massimo equilibrio . I remi entrano perpendicolarmente rispetto all’acqua per spostarla e sconfiggerla . Le braccia si piegano sui gomiti con tutta la forza che hai, il viso si contrae, i muscoli fanno grande fatica, ma il movimento ripetitivo, deve mantenersi continuo: braccia dritte e gambe piegate, poi , le prime si raccolgono e le seconde si distendono fino a quando la punta della tua barca, la stessa che ti ha fatto cadere qualche volta in acqua, quella che ti ha portato su e giù per il fiume, che ha visto con te i giorni difficili e quelli di gioia, ti fa tagliare il traguardo. Ovviamente l’obiettivo è farlo prima degli altri. Come?
Ce lo racconta Marco Follaro, laureato in scienze motorie e allenatore presso il circolo Tevere Remo di Roma.
Canottaggio vuol dire allenamenti duri, intensi, in cui devi avere una certa prestanza fisica, ma soprattutto una forte concentrazione mentale. La capacità dello sportivo, in generale, deve essere non tanto quella di arrivare ai propri limiti, ma di oltrepassarli, imparando dalla fatica, dagli errori, dagli allenamenti, dalle situazioni inaspettate. La cosa più importante è avere un obiettivo per il quale “sacrificarsi”. Nel caso del canottaggio, l’obiettivo è far arrivare la tua barca, anche di solo qualche centimetro, prima delle altre, e per far questo bisogna metterci tutto il cuore, la voglia e la determinazione. Bisogna mettere tutto sé stesso per salire sul podio e poter urlare di felicità.
Cercando di scoprire meglio il mondo del canottaggio, quali sono le diverse specialità?
Le specialità con due remi per atleta sono: singolo, doppio e 4 di coppia; le specialità con un remo sono: 2 senza, 4senza, 4 con e 8, dove “con” vuol dire con l’assistenza di un timoniere , non vogatore che direziona la barca, e dove “senza” vuol dire utilizzare barche nelle quali la direzione viene data un timone di dotazione. Il timoniere deve essere una persona molto leggera, furba e sveglia. Nelle gare di canottaggio ci sono storie incredibili riguardanti il peso del timoniere; si cercano tantissimi “escamotage” per ottenere un timoniere con peso più basso possibile, in modo tale che i canottieri trasportino meno chili per essere quindi più veloci!
Qual è il modo migliore per insegnare il canottaggio?
Guardando al mio passato potrei definirmi come uno di quegli allenatori che i libri di testo chiamano “grandi vecchi” : austero, inamovibile, infallibile di fronte ai miei atleti. Con gli anni ho capito che far parte della categoria “grandi vecchi” non è sinonimo di “buon allenatore”, ma semplicemente un modo per insegnare lo sport. Oggi preferisco guardare i miei atleti anche come ragazzi che stanno crescendo e che hanno bisogno da parte mia di più di elasticità e confidenza. Si instaura così un buon rapporto e possono contare su di me al di là del fatto che io sia il loro allenatore; di conseguenza gli allenamenti diventano anche più gradevoli.
Come prevedi il futuro di questo sport?
Sul futuro dello sport in generale ho idee personali che capisco possano anche non essere condivise. È un mondo nel quale penso ci sia molta gente che non ha qualifiche per insegnare. L’allenamento è troppo complesso per lasciarlo nelle mani di chi, di quella complessità, ne conosce una parte sola. Insegnare a “fare sport” vuol dire anche insegnare a vivere. Altro problema, a mio avviso, riguarda l’agonismo. Già dai quattordici anni, ed in molti sport anche prima, si fanno allenamenti durissimi, tutti i giorni e spesso più volte al giorno. A mio giudizio, per avere le migliori basi motorie per poi sostenere allenamenti agonistici, c’è invece bisogno di una maggiore multilateralità sportiva e che può essere acquisita solo nell’adolescenza; non mi sorprendo quando vedo ragazzi che a vent’anni smettono l’attività agonistica pur avendo un futuro promettente davanti a loro.
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