Autismo in aumento. I fondi sono pochi e le famiglie sempre più sole
Roma, 17 aprile 2012 ore 9.34
Aumenta vertiginosamente il numero dei bambini autistici in Italia: venti anni fa se ne contava uno ogni 2000, oggi se ne conta uno ogni 200. Un’impennata senza precedenti di una patologia che spesso non viene diagnosticata in tempo e molte volte trattata con terapie non idonee. L’autismo è un disturbo pervasivo dello sviluppo che investe il sistema nervoso centrale e sfocia in una complessa disabilità comunicativa, sociale e comportamentale. Non sono ancora note le cause, ma le ipotesi più accreditate fanno risalire la patologia a disturbi di ordine genetico o neurobiologico. Anche se non mancano tendenze a ritenere che l’autismo possa essere conseguenza di inoculamenti vaccinali come sostenuto da una recente sentenza del Tribunale di Rimini che condanna il Ministero della Salute ad indennizzare una coppia di genitori per i danni irreversibili subiti dal figlio. L’autismo è una malattia senz’altro molto complessa ed eterogenea che richiede un approccio multidisciplinare e multi professionale sia per diagnosticarla, sia per individuare la terapia esatta, perché un unico metodo non funziona per tutti. Alcuni dati statistici riportano che il 70% dei pazienti in terapia regrediscono lo stadio di autismo, mentre per il 24% dei casi si è addirittura registrata un’uscita dal tunnel della malattia, dimostrando che uscire da questa gabbia alle volte è possibile. Rimane tuttavia il grande problema del riconoscimento dei tipici sintomi della patologia e la conseguente esatta diagnosi. Entro il primo anno di età del bambino non sempre la sua gestualità e la produzione delle prime articolazioni pre-linguistiche sono fluenti e possono costituire un campanello di allarme; come pure l’incapacità di parlare dai 16 ai 24 mesi.
La prudenza e soprattutto un monitoraggio congiunto effettuato dalla famiglia, dalla scuola e dal pediatra rimangono le uniche alternative per una diagnosi precoce. Spesso l’autismo si manifesta insieme ad altri sintomi, più o meno specifici, come una scarsa reattività o, al contrario, un’iperattività di tipo non cooperativo se non addirittura provocatoria. Tendenza all’isolamento e scarso contatto visivo, da una parte, e attaccamento inusuale ad alcuni oggetti e strani modelli di movimento, dall’altra, costituiscono certamente altrettanti segnali che devono far insospettire. Attualmente i trattamenti cognitivo comportamentali e psicoeducativi rappresentano il fulcro essenziale degli approcci riabilitativi e terapeutici. Essi risultano maggiormente efficaci non solo se attuati precocemente rispetto all’insorgenza dei sintomi, ma anche in relazione all’età del soggetto. E’ infatti generalmente stimato che, nel caso di un bambino piccolo, si dovrà intervenire sul progresso delle capacità sociali e di linguaggio. Questo perché un soggetto affetto da disturbi dello spettro autistico (ASD), con buone capacità linguistiche e normale quoziente intellettivo, può comunque avere una vita parzialmente autonoma, seppure con dei limiti comunicativi e nella socializzazione. Il dato che più preoccupa resta però l’aumento dei casi di autismo, specialmente tra i bambini.
Perciò la non conoscenza delle cause che lo generano inquieta ancora di più la scienza medica a livello mondiale. Mentre negli Stati Uniti Barack Obama ha stanziato 5 miliardi di dollari per la ricerca medica che riguarda anche l’autismo, in Italia invece un comunicato del Ministro della Salute, diramato qualche giorno fa in occasione della Giornata Mondiale dell’Autismo, precisa che i servizi sociosanitari non sono ancora sufficienti e buona parte dell’assistenza è sostenuta dalle famiglie dei pazienti. La mancanza di fondi è uno dei problemi più gravi nel nostro Paese, come sostiene l’Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici. I 500 mila euro stanziati nel 2007 sono stati messi a disposizione delle Regioni solo nel 2009 e da allora non c’è stata più traccia di altri finanziamenti per la ricerca legata a una patologia che cresce del 1000%. Altro problema grave riguarda l’età anagrafica dei soggetti affetti da autismo: dopo i 18 anni rientrano nella più generica categoria di persone colpite da handicap mentale grave. Ciò comporta che gli autistici vengono seguiti da psichiatri che si occupano generalmente dei disabili mentali, mentre l’autismo è ben altra patologia. Dopo la fascia pediatrico-adolescenziale manca quindi un supporto specialistico. L’autismo però resta per tutta la vita, nonostante le cure possano ridurne gli effetti. Il rischio è dunque la progressiva restrizione di spazi per idonei interventi psico-educativi. In Italia siamo anche carenti per quanto riguarda le figure di tutor e di job-coach per l’inserimento nel mondo del lavoro riservato a quei pazienti affetti da forme più leggere di autismo, come la sindrome di Asperger, portata brillantemente sullo schermo dall’interpretazione di Dustin Hoffman in Rain Man che ha dato a tutti un messaggio molto chiaro: persone con idee spesso di grande originalità e ingegno che hanno bisogno solo del nostro impegno sociale e scientifico per essere considerati e inseriti a garanzia di un “dopo di noi” possibile quando le famiglie non ci saranno più.
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