Aiuto...ancora una sagra!
I contrasti, le differenze e le peculiarità che caratterizzano il nostro territorio e la nostra storia trovano superbamente espressione nelle manifestazioni culinarie e nelle sagre paesane, eredi delle antiche feste contadine, di cui è disseminata l’intera nostra penisola prevalentemente nel periodo estivo. Ogni villaggio, ogni borgo, ogni frazione è fiero di offrire ai curiosi forestieri il proprio prodotto, la propria parte di storia, il proprio frammento, molto spesso effimero, d’orgoglio autoctono.
Così talvolta, mentre giacciamo confusi in un rovente crepuscolo cittadino, ci lasciamo sedurre da nomi di paesi prima d’oggi sconosciuti, che evocano antiche casate dimenticate, luoghi in cui ci viene promesso di poter partecipare a sbalorditive e originali feste, presunte rielaborazioni dell’antica, tradizionale sagra che fu.
Il nome “sagra” deriva dal latino sacra – cose sacre – termine legato alle antichissime feste di consacrazione di una chiesa a un santo protettore. Questo evento era legato in passato a un particolare momento della produzione – molto spesso agricola – di un borgo, alla scansione dei tempi di semina, raccolto, vendemmia o macellazione. Così, con la cura e la sapienza degli antichi gesti, si affidava alla benevolenza del santo, in un momento cruciale dell’anno, il lavoro di un’intera comunità, come offerta ricca d’impegno, umiltà, speranza e - perché no - orgoglio.
Ma torniamo all’idea, che ci accarezza in quel pigro crepuscolo urbano, di vincere il torpore e di recarci a una sagra. Ma quale? Cominciamo a realizzare che tra il pensare e il fare, c’è la necessità di scegliere. Ma come? In ogni paese si susseguono, solo nel periodo estivo, numerosissime sagre, i cui titoli, talvolta perfino ingenuamente ammiccanti, cominciano a destare la nostra diffidenza: “sagra del cocomero” da Montimurlo a Zagarolo, “sagra della patata” di Trasacco, “sagra della cozza” di Piccinna, “sagra della patata fritta” a Serra, “sagra del – ebbene sì – panino della nonna” a Giovannozzo. Alla fine ci decidiamo a partire. Giunti sul luogo, spesso dopo esserci più volte persi lungo il percorso, ci mettiamo diligentemente in fila alle casse. E già a questo livello iniziale ci rendiamo conto di non essere giunti in un pacifico luogo deputato alla degustazione di prelibatezze legate al territorio.
Siamo, al contrario, in una catena di montaggio, inghiottiti da un meccanismo in cui le vittime non sono i poveri suini di cui dovremmo apprezzare le gustose carni ma noi stessi, malaugurati cercatori di nuovi sapori. Scopriamo così di essere di fronte a una vera e propria industria, diffusa su scala nazionale, che si contrappone alle numerose pregevoli iniziative, ormai difficilmente rintracciabili nell’immenso e turbolento oceano di spericolate proposte.
Ma torniamo a noi, eravamo in fila e procedevamo attoniti, già un po’ mesti in volto, con un sospiro di rassegnazione. Eccoci finalmente arrivati di fronte ai ghignanti ragazzotti, assoldati dalla polisportiva locale per l’occasione, che ci scodellano in un piatto di plastica la nostra razione – ne ha letteralmente l’aspetto – di “prodotto tipico” assemblato in serie e bruciacchiato rapidamente negli immensi forni incastonati tra gli stand di plastica bianca. Col piatto in mano, proviamo a trovar posto tra le file di panche. E così siamo feriti per la seconda volta nel nostro immaginario. Basta qualche istante: scopriamo che la saggezza che attribuivamo all’anziano uomo di provincia, custode di sapiente misura nei gesti, non è che una nostalgica, sentimentale, illusione. I più anziani sono i più agguerriti nel presidiare il loro fazzoletto di territorio, in questo caso panca e tavolo con annessa tovagliola di ruvida carta grigia. Si sgomita, ci si colpisce. Un’anziana signora getta un foulard pretendendo che ciò valga alla cattura indiscussa di una tavolata da dodici posti. Così desistiamo, disorientati e stanchi, trovando un piccolo muretto a cui appoggiarci e iniziare a degustare la minuscola salsiccia bruciata e ormai gelida, seriamente in difficoltà nel tentativo di tagliarla con le ondulanti posate di plastica. E’ già finita. Sconsolati torniamo a casa. Sarà per la prossima sagra? Di certo non avremo difficoltà a trovarne immediatamente un’altra. Il nostro invito, modesto di fronte a un proliferare così incontrollato, è almeno quello di non ospitare più di una manifestazione per ciascun paese. Questa, a nostro avviso, pare una solida base su cui muovere i primi passi verso il cambiamento.
Nicola Tisci
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